VOTA E FAI VOTARE DAI TUOI AMICI I TUOI RACCONTI PREFERITI!!
AVETE TEMPO FINO AL 1° GIUGNO!!

Le vostre votazioni si mischieranno a quelle di una giuria composta dai responsabili dei siti web www.iodanzo.com, www.ilmiocanto.com e www.arte-spettacolo.com e definiranno la selezione dei testi per la pubblicazione di una antologia dedicata al concorso!!

I 3 vincitori assoluti saranno premiati attraverso la sicura pubblicazione del loro testo sull’antologia dedicata.

Potete votare cliccando sul titolo dei racconti che troverete qui sotto elencati e selezionando, in fondo al testo, il numero delle stelline adeguate al tuo personale giudizio!!
È possibile votare più testi!!

Ecco i testi in ordine di pubblicazione:

- “Quando la letteratura diventa danza” di Paola Cervice

- “Buenas noches mi amor” di Filomena Cuozzo

- “Salomè decollata” di Massimo Napoli

- “L’ultima danza dell’uccello di fuoco” di Francesca Rita Rombolà

- “Danza, fuoco che arde le mie emozioni” di Manuela Mariani

- “Il mio sogno senza ali” di Michela Francesca Le Rose

- “Dalla sbarra all’applauso, il senso delle parole danzanti” di Paola Cittati

- “Sinfonìa di Danza e Amore” di Walter Dossi

- “La musica è tutto quello che non ho” di Antonio d’Amico

- “A proposito di…” di Sandra Re

- “Il volto nuovo dei sogni” di Bonifacio Vincenzi

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Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Sì, non ho desiderato altro nella mia infanzia. Ricordo che avevo cinque anni quando ho avvertito per la prima volta il richiamo della danza.

Io sarei diventato un grande ballerino di danza classica.

Cominciai a dirlo a tutti. A mia madre, ai miei nonni, a miei zii, ai miei compagni di giochi.

Solo a mio padre non dissi nulla. E come potevo dirglielo? Lui in quel periodo era considerato uno dei migliori piloni del mondo. Giocava in una squadra di rugby francese che aveva vinto il campionato per ben tre anni consecutivi. Senza contare che aveva già collezionato cinquanta presenze nella nazionale italiana di rugby.

Mio padre era un gigante. Un metro e ottantotto di altezza per cento e quindici chilogrammi di peso.

Una figura davvero  statuaria.

Certo, se non fossi stato così ingenuo, allora avrei dovuto capirlo che con un padre così avrei avuto ben poche speranze, crescendo, di salvaguardare quel fisico delicato, adatto per diventare il miglior ballerino del mondo.

Fu l’ingenuità, quindi, la maggiore azionista dei miei sogni.

Gli anni cominciarono a passare lenti, inesorabili.

A otto anni ero già un omone tanto che nelle foto di gruppo con i miei compagni di classe il divario fisico appariva   notevolissimo.

Avevamo la stessa età ma io sembravo un ripetente incallito…

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Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Uno

A proposito di Emma

L’estate era calda, afosa e carica di zanzare fastidiose. Eppure era l’estate dei suoi sedici anni e si sentiva in pace con se stessa e con il mondo che la circondava, fatto di colline verdi, di fronde mosse dal vento, di fiori odorosi che la facevano starnutire e lacrimare.

Poi quelle vecchie mura lassù, al limitare della strada, ripida e piena di ciottoli che si sentivano tutti sotto la suola delle sue scarpe basse e leggere indossate su piedi ruotati verso l’esterno, in prima posizione, in quarta in relax.

La piazza, il palcoscenico sulla sinistra, le sedie vuote che solo le serate danzanti avrebbero animato di gente di ogni tipo, vestita in vario modo, con il depliant dello spettacolo per farsi vento e scacciare le stesse zanzare, cugine di quelle di casa di Emma, la guardavano ogni giorno dall’alto mentre camminava. Le ballerine non ansimano per una passeggiata mattutina, ma c’era appena quel po’ di arietta che faceva finta di essere rinfrescante, a darle un poco di respiro.

Entrava in palestra, nell’antica e consunta penombra di muri screpolati; dietro una paratia removibile, in legname moderno; tutte loro si cambiavano lì per le lezioni. Il chiacchiericcio era suono come la musica che arrivava ancora bassa e scomposta nella scelta dei brani, da dietro quel paravento improvvisato a parete. E le sacche giacevano sulle panchette dei giardinetti a fianco delle legittime proprietarie che vi sedevano per prepararsi, come in un mondo parallelo sempre orbitante intorno e insieme a loro.

La sala, che non nasceva come stanza per lo studio della danza, aveva comunque il suo lato di specchi, il parquet a terra, le sbarre a piede, qualche sedia, la musica registrata, la cassetta della pece. E c’erano i ballerini, giovani e accaldati come lei. Così simili e così diversi. La luce filtrava da vetri vecchi opacizzati dal tempo o dagli scuri semichiusi… Quella artificiale non era troppo forte e fredda come accade normalmente nelle scuole di danza, perchè le pareti assorbivano di più.

I tratti della somiglianza fra i ballerini emergevano più dal corpo e dall’atteggiarsi; la gestualità gareggiava con le parole fitte e sottili, rumoreggianti in un paese normalmente vuoto, silente, vecchio. Ma mai privo di fascino. Più dai corpi dunque che dai lineamenti; i visi in verità erano fotografie dei caratteri di ciascuno e con le amicizie, tante invidie e sospetti, talvolta malanimo o cattiveria si facevano strada, fra un movimento e l’altro. Non a tutti è dato di essere bello, ma in qualche misterioso modo “la bellezza” si insinua nei lineamenti personali e diventa un elemento combinato con la danza. Tuttavia si era lì per ballare o meglio per lavorare duramente come se altro non esistesse e tutto fosse esclusivamente a proposito di danza…

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Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Era una bella mattinata soleggiata di inizio primavera, con una leggera e piacevole brezza che deliziava l’intera città col profumo dei fiori appena sbocciati. Passando accanto ad un bar, sentii il bisogno di una tazza di buona cioccolata. Entrai ed il barista, strano a dirsi in una grigia e fredda città, mi accolse con un sorriso di benvenuto. In sottofondo le note di una famosissima canzone dei Beatles, una band che io adoravo ed adoro. “Ho scelto il bar giusto”, pensai con soddisfazione. “Vorrei una cioccolata buona come questa canzone”, dissi con un sorriso al buonuomo dietro il bancone. “Farò del mio meglio, allora!”, mi rispose pronto. “Anche se sarà molto difficile. I Beatles sono senza paragone nel mondo della Musica!”, aggiunse subito con grande competenza musicale. Mi guardai intorno, in attesa della cioccolata più buona del mondo e i miei occhi vennero rapiti dalla più bella visione mai vista in precedenza: una splendida ragazza coi capelli così biondi da rivaleggiare col sole più bello e che stava sorseggiando….una cioccolata! Io le sorrisi e quando lei mi vide, mi ricambiò con grande tenerezza. Come trasportato da una forza misteriosa, dimenticai la mia cioccolata ed andai verso la magica creatura. Le dissi che io amavo le canzoni dei Beatles e sarebbe stato per me un piacere divino se avessi potuto ballare con lei al ritmo delle loro melodie. Mi rispose che anche lei le amava, però prima sarebbe stato meglio se ci fossimo presentati, con un buon Italiano ma anche un inconfondibile accento Inglese. “Ah, scusami. Hai ragione. Io sono Walter.” “Piacere, Walter! Io sono Wendy”, mi rispose. “Piacere mio! Balliamo, Wendy?” Nel frattempo, il barista, molto comprensivo, mi conservò al caldo la cioccolata e continuò con la sua compilation del gruppo di Liverpool con simpatica complicità. Benché non sìa sicuramente abituale ballare in un bar, io mi trovai perfettamente a mio agio con Wendy e per un buon quarto d’ora ballammo senza sosta. Alla fine la riaccompagnai al suo tavolo, le chiesi se potevo offrirle un’altra cioccolata, visto che la sua era oramai diventata fredda. Andai a prendere la mia da Marco, il barista più bravo del mondo, ne ordinai un’altra per Wendy e mi sedetti accanto a lei. “La cioccolata più buona del globo terracqueo!”, esclamai io con tripudio. “Sicuramente!”, approvò la dolce ragazza dai capelli di sole e, avevo oramai notato, gli occhi del più bel cielo blu. Dopo essersi assicurata cosa volessi dire con quel “globo terracqueo”, “Across the Universe!”, rilanciò lei, citando anche il titolo di una canzone dei Fab Four di Liverpool. Con grande confidenza a quel punto, Marco si autoproclamò il Beatle delle cioccolate e noi lo applaudimmo. Io e la ragazza, non so come succede ma a volte succede e a me è successo, parlammo e ci trovammo a meraviglia per non so quante ore: il tempo vola in queste occasioni! Purtroppo però ad un certo punto per Wendy si fece tardi e mi disse che doveva andare a casa. Io con naturalezza mi offrii di accompagnarla. Salutammo Marco che ci disse che era stato un piacere per lui avere noi due come ospiti nel suo locale. All’unisono, rispondemmo che anche per noi lo era stato e scoppiammo a ridere per la frase in contemporanea.

Il mio cuore batteva forte per l’emozione che mi procurava quella ragazza, ma al tempo stesso mi sentivo sicuro che anche lei provava lo stesso per me.

Camminando allegramente come se ci conoscessimo da anni, arrivammo davanti al portone di casa sua e lì ci salutammo ma solo dopo la solenne promessa che ci

saremmo rivisti presto, molto presto. “Facciamo domani alla stessa ora di oggi!”, le suggerii e la salutai con tre baci sulla guancia. Lei arrossì ma al tempo stesso sorrise e mi confermò l’appuntamento. “Le piaccio!” pensai tra me mentre mi allontanavo. Quando arrivò il momento di voltare all’angolo, guardai indietro e la vidi affacciata alla finestra. Le regalai una caloroso gesto di saluto con la mano e lei mi ricambiò con altrettanto calore.

La mattina successiva, Domenica, andai, corsi, da lei anche se ero in anticipo e la trovai che era già davanti al portone! Dalla contentezza, l’abbracciai e ballai con lei sul marciapiede mentre le canticchiavo la melodìa di una canzone dei……Beatles, ovviamente! E chi altro??? Lei si propose allora di insegnarmi l’Inglese con le canzoni di questo gruppo che amavamo entrambi: accettai con immenso piacere anche perché a quel tempo non conoscevo ancora tale lingua e poi il piacere raddoppiava nello stare insieme a lei. Un’idea magnifica balenò subito nella mia mente. Conoscendo le loro melodìe, quando Wendy mi insegnava le parole, io le ripetevo cantandole. E Wendy ne era soddisfatta, tanto soddisfatta che anche lei prese a baciarmi sulla guancia…

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Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Tutte le volte che in Italia si pronuncia la parola danza si registrano nei volti della gente comune le più svariate espressioni facciali. La sensazione più frequente è che, la maggior parte delle persone, non sia in grado di formulare un pensiero compiuto sull’arte coreutica. Eppure non è così raro incontrare qualcuno che non abbia almeno una volta varcato il foyer di un teatro per vedere un balletto. Concedendosi una grande opportunità, quella di esercitare da spettatore un ruolo importante quanto quello dei suoi protagonisti sul proscenio. Che a scena aperta sia rappresentata la danza classica, moderna, contemporanea o un mix altalenante di generi sfumati nel loro quadro di insieme, poco importa. Alla danza non servono le definizioni, ma la comprensione di chi assiste allo spettacolo. Un problema che non trova soluzione in un’attenzione di massa, anche se nella nostra Penisola sono tante e prestigiose le istituzioni rinomate che preparano in Italia alla carriera di danzatori professionisti. Il punto è che l’interrogativo rimane indubitabilmente un problema sentito solo dagli estimatori del genere. I quali si pongono per vocazione artistica un altro quesito altrettanto importante e delicato oltre il tecnicismo e il talento necessario per fare danza. Come veicolare dall’artista allo spettatore il cuore della messa in scena, il significato intrinseco dello spettacolo, che si trasmette come magicamente da padre a figlio, da artista a spettatore, in un circuito di scambio emotivo relazionale unico e irripetibile nel momento della messa in scena? In pratica, come uno spettacolo di danza può raggiungermi in quanto spettatore occasionale pressoché digiuno dei fondamentali nozionistici del mondo danza? Trasmettendomi, tutto? Vale a dire tutto il talento di quella compagnia tanto decantata in cartellone. Tutta la grazia dell’étoile protagonista. Tutto l’afflato artistico dell’ensemble in movimento. Forse. O sarebbe meglio dire, probabilmente. Nel senso che, per conquistare un pubblico sempre più ampio di affezionati che, fruendo di una messinscena esce da un teatro fiero di aver partecipato ad uno spettacolo di danza – compreso nel profondo, in quanto partecipato intellettualmente a pieno – serve ben altro. Un segno culturale che accompagni la comprensione. Non si tratta di saper descrivere quante ore di prove hanno preceduto quel particolare allestimento scenico che ci ha lasciato senza respiro una volta aperto il sipario: ma di concepire ogni singolo dettaglio di una scena nel suo insieme. Oltre il lato soggettivo di un punto di vista personale che rimanda ad un afflato culturale che appartiene al proprio intimo individuale. La danza deve, oltre questo aspetto, poter raggiungere chiunque, in ogni dove e comunque, a qualsiasi latitudine. La danza deve poter volteggiare su se stessa per conquistare ogni volta non solo gli intenditori, i maestri, i professionisti, i giovani amanti del genere o le persone animate dall’idea che un giorno saranno annoverati tra i ballerini più celebri, ma tutti. Indistintamente, tutti. Quali sono allora i limiti che la danza incontra su questa strada? Perché un’arte tanto nobile come quella coreutica sta perdendo la sua identità, la sua dignità di arte secolare? Il problema è, e rimane, sempre culturale…

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Testo in gara

Questa è la voce del mio cuore, un cuore che soffre d’amore, ma non dell’amore che lega due persone animate dalla voglia di prendersi cura l’una dell’altra, bensì di quell’amore che non conosce spazio, non conosce tempo, che è magia, sogno, fantasia e realtà.

E’ l’amore per la mia passione, per l’Arte in tutte le sue sfumature e sfaccettature, per il canto, per la danza, per la recitazione, per la scrittura, per tutto ciò che in qualche modo contribuisce alla realizzazione di ciò che noi definiamo “Spettacolo”.

E’ una passione che arde nel profondo del mio animo, che lotta contro quella razionalità che spesso mi travolge portandomi a commettere errori e che non le consente di dare sfogo a tutto il suo potere e al suo splendore.
E’ talmente forte che non riesco a farne a meno e avrà sempre un posto predominante nella mia vita. Ecco la mia storia:

Era il Marzo del 1989 quando nacqui, una bambina graziosa con due occhioni blu e un sorriso così dolce da intenerire tutte le persone che mi circondavano.
Trascorsi il primo anno in quella spensieratezza totale insita nell’innocenza dei bambini.
Ricordo che, grazie alla presenza di filmati realizzati da mio padre sin dalla nascita mia e di quella dei miei fratelli, già dal primo anno e mezzo cominciai a canticchiare, a inventare musiche e parole, parole che la mia memoria rievoca con tanto amore: “Ta ta ta-La la la” e a ballare muovendomi con quella delicatezza singolare propria delle ballerine di danza classica.

Gli anni passarono velocemente fino a quando, seduta a guardare la televisione nella mia terra natia, la Germania, in cui vivevo con la mia famiglia, mandarono in onda il video della canzone: “I will always love you” di una delle cantanti che presto sarebbe diventata la più affermata e di rilievo nell’ambiente musicale, ossia Whitney Houston.

Questa canzone ebbe un impatto talmente forte su di me da farmi emozionare e commuovere. E fu proprio da quel momento che cominciai a sentire intensamente il bisogno, l’esigenza, la necessità e la voglia di esprimere tutte le mie emozioni, le mie sensazioni, i miei stati d’animo e a trasmetterli attraverso uno dei doni che avevo innati: il canto.

Ogni giorno posizionavo e accendevo la telecamera che aveva acquistato mio padre per filmarci nei diversi momenti delle giornate e realizzavo video in cui cantavo tutte le canzoni che conoscevo e ballavo coreografie da me inventate.
Furono gli anni più belli della mia vita e come se non bastasse, non mi limitavo a cantare o a ballare da sola, ma coinvolgevo mio fratello e mia sorella, talvolta anche i miei genitori e via via, nel corso degli anni, persino i miei cugini e le mie amiche.

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Testo in gara

Mi chiamo Lia ho vent’anni pratico danza contemporanea da tre in una scuola dove ci sono vari stili. Vivo a Novara con mamma Fiorella, papà Bruno e mia sorella Enrica. Ho iniziato ad avere questa passione dieci anni fa, quando mia cugina mi ha invitato ad un suo saggio. E’ stato bellissimo ed emozionante: in quel frangente la mia immaginazione ha iniziato a volare. Ho subito avuto il desiderio di provare anche io, i miei genitori, però, nonostante le mie richieste mi hanno fatto fare altri sport.

A diciassette anni mia nonna Gina vedendomi triste, mi ha iscritto lei, ho iniziato così la prima lezione. In classe con me ci sono altre undici ragazze coetanee e l’insegnante Luca. Le lezioni sono due alla settimana di un’ora e mezza l’una, dove si impara una coreografia sia per il saggio finale sia per partecipare ai concorsi. Gli esercizi di riscaldamento sono molto faticosi e a volte, stanca dal lavoro, non riesco a dare il massimo. Il gruppo è molto affiatato e i movimenti del corpo sono armonici e spesso sembriamo una cosa sola che balla. Un giorno entrando in palestra, avverto un’aria di festa. Prima della sessione infatti, il maestro annuncia che il 18 marzo dobbiamo partecipare ad un concorso con la nostra coreografia. Ci sarà una selezione perché il numero delle concorrenti è dieci mentre noi siamo dodici. Iniziano a tremarmi le gambe, a sudare le mani e mi viene pure un nodo in gola. Luca se ne accorge ma non dice nulla, anzi comincia subito con gli esercizi di riscaldamento. Nel frattempo fuori nel corridoio c’era un ragazzo vestito di nero seduto su una sedia davanti alla porta vetro. Ci guardava in silenzio, attento ad ogni nostro movimento. Alla fine della lezione, l’insegnante ci fa mettere in fila indiana. Con la faccia stupita e borbottando facciamo ciò che ci dice. All’improvviso si apre la porta, entra Francesco, si siede per terra, si presenta e inizia a dire dei nomi. Incredibile ma vero, sono nel team che andrà a fare la gara a Roma. Corro nello spogliatoio con l’adrenalina a mille il cuore mi batte forte e le lacrime scendono come un fiume in piena. All’uscita vedo Francesco in piedi, con un sorriso si avvicina e mi fa i complimenti. Io sono molto emozionata e con un filo di voce dico grazie. Rientro a casa e do subito la notizia alla mia famiglia che fortunatamente è contenta per me…

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Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Fa caldo o freddo? Forse caldo. Forse freddo. Forse entrambe le cose. Qualcuno grida.
Delle donne forse, giovani e vecchie. Dei pianti, di sicuro di bambini. Ci sono anche bambini molto piccoli, dei neonati appena, in braccio alle madri. Ma questi sembrano tranquilli. Dormono. Ignari di tutto. Ignari del male che si sta perpetrando e si consuma intorno a loro. Ci hanno portati tutti qui, in questa distesa ai margini di un bosco. Nei pressi vi scorre un piccolo rivo nascosto, in molti tratti, dai rami degli alberi. Si sente il rumore dell’acqua: limpida, cristallina, libera. Ci hanno stipati in camion militari coperti, niente si poteva vedere o intuire qualcosa dall’esterno. Ci hanno caricati su con la minaccia delle armi, di kalashnikov puntati a neanche un metro di distanza. Il viaggio non è stato molto lungo, o almeno così mi è parso tra le spinte, le voci, i lamenti, i pianti, gli ordini secchi dei comandanti dei reparti nazionalisti paramilitari. Sono giunti perfino in teatro. Al teatro di Stato. Il teatro più famoso della capitale. In un posto dove credevo non sarebbero mai arrivati. In un posto dove finora sono stato al sicuro, dove mi credevo al sicuro… Ma c’è la guerra: la guerra civile, la peggiore delle guerre.
Cittadini di una stessa nazione, membri di uno stesso stato: gli uni contro gli altri senza più distinzione. E non si è, in fondo, mai sicuri in un territorio in guerra. Mai sicuri.
Avevamo appena finito le prove dello “Schiaccianoci” di Cajkovskij quando si sono presentati in teatro terribili, minacciosi, urlanti come bestie inferocite. Ho provato a dir loro che sono il ballerino Andrè Larko, un mito della danza classica, conosciuto in tutto il mondo. Ma è stato tutto inutile, anzi l’averlo detto ha esasperato ancora di più il comandante: un omaccione grande e grosso con il cranio rasato a zero.

<< Credi così di poterti salvare? Di nascondere la tua appartenenza etnica, la tua religione? Scomparirai dalla faccia delle terra insieme a tutti gli altri della tua specie, brutto bastardo >>.
E’ stata questa la sua risposta. Netta. Precisa. Carica di odio e di disprezzo.
Sghignazzante. Almeno avevamo finito le prove per la prima, che dovrà tenersi fra due settimane. Tutto si è svolto in pochi attimi sotto gli occhi attoniti del corpo di ballo, del direttore artistico del teatro, del regista dello spettacolo, dei tecnici del suono e delle luci. Tutti hanno provato, chi più chi meno, a difendermi. Il direttore artistico si è addirittura scagliato fisicamente contro il comandante. Voleva colpirlo in faccia, per le parole che aveva pronunciato, per l’atto che stava compiendo… ma invece è stato colpito lui. Allo stomaco. Con il calcio del kalashnikov imbracciato dal comandante.
<< Siamo alla fine del ventesimo secolo. Queste cose sono inconcepibili anche nelle società meno civili. L'Arte non ha etnia, non ha religione, non ha ideologia, non ha confini. L'Arte è al di sopra di tutto. E' libera. La danza è movimento. E' vita. E' libertà! >>
Ha urlato, prima di piegarsi in due per il dolore.
Mi hanno fatto scudo in molti, perfino le ballerine con il loro corpo fragile, aereo, perfetto modellato dalla danza forse più di quello dell’uomo. Non volevo che le toccassero, che le sfiorassero anche con un dito solo. Non volevo che facessero del male a nessuno per causa mia. Mi sono consegnato senza opporre resistenza. Non sono mai stato un malfattore. Non ho mai fatto qualcosa contro le leggi, contro lo Stato, contro la società, contro le persone. L’unico scopo, l’unica ragione, l’unica meta della mia vita è stata, solo e sempre, la danza…

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Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

[Specifichiamo, su richiesta dell'autore, che si tratta di un canovaccio per uno spettacolo teatrale.]

Io ho danzato; ho danzato la danza dei sette veli e tutti ne hanno parlato e scritto, addirittura per secoli.
Non cercate il mio corpo, quello che non ha bisogno della parola per sedurre. Io con il mio corpo in movimento ho confermato la corruzione nell’intimità domestica, ma non cercate il mio corpo.
Di me c’è solo un fotogramma: la mia testa e la mia è una testa di principessa.
Il corpo di Giovanni Battista era immobilizzato nella cisterna, mentre il mio era libero di muoversi, di disegnare nel cielo ogni onda perfetta al mio desiderio.
Il corpo di Giovanni Battista era immobilizzato nella cisterna e urlava, urlava. Tanto i suoi gridi danzavano nell’aria, quanto le mie belle membra vorticavano e io pigliavo gusto. E ora che lo rammento il cuore non regge al turbamento.
La mia testa è fasciata per contenere la mescolanza di Erodiade, lei la mia madre, di Erode, ma non Filippo, lui il mio padre, Antipa. Erode Filippo e Erode Antipa sono due fratelli, ma si odiano e la morte arriva. Erodiade, lei la mia madre, con le serve mi pettina i capelli e io non vedo che ha già avviato la protezione alla mia testa e in una lingua straniera, che non conosco, ma che comprendo, dice faccio finta che tuo padre è andato in America ed è tornato. Io allora resto di sasso, di stucco, perché chi torna dal lungo viaggio e sta suonando alla porta, con le valige in mano, non è mio padre, è mio zio.
La testa è stata in sicuro, fermata in modo stabile, perché non si muova, tanto i fantasmi stanno nel rovescio e poi sono solo fumo e fantasie.
Il mio corpo mulinella e Erodiade, lei la mia madre, ride. Il mio corpo nella bufera vorticosa parla la nuova lingua della seduzione. Il mio corpo piace e io finalmente mi sento adulta, una donna con le spalle da camionista. Erode, lui il mio zio, mi desidera e per una danzetta, ma speciale per lui, mi promette di esaudire la richiesta, la mia…

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Testo in gara

Javier Benedicto Peralta guardò un punto indefinito dell’enorme sala da ballo; all’improvviso, una ragazza attraversò il suo campo visivo, una ragazzetta magrissima, una specie di fenicottero rosa, non molto alta, e subito dopo di lei uno stormo di ragazzini in corsa. Urlarono e starnazzarono per circa mezz’ora inseguendo una musica ferrigna e in preda ad un furore isterico, ballarono imitando il fenicottero, prima di scomparire negli spogliatoi.

Javier fu preso da una vertigine cosmica, si appoggiò alla parete specchiata e desiderò diventare argento, specchio: gli riusciva difficile sopportare per più di tre minuti il chiasso incontrollato di ragazzini indemoniati dall’hip-hop; a dire il vero gli riusciva insopportabile anche il rumore delle troppe parole della gente intorno a lui; lui viveva nel mondo dei movimenti impossibili.

Javier Benedicto Peralta danzatore e coreografo, respirò profondamente, chiuse gli occhi, e cercò di recuperare il suo equilibrio scosso.

Ma all’improvviso, un silenzio soffice e bianco penetrò nei meandri del suo cervello e lui si sentì tutt’uno con l’universo .

Il suo desiderio era stato esaudito… provò a muovere le gambe ma non ci fu verso di dirigerle in avanti, erano bloccate nell’argento dell’enorme specchiera e riuscì a muoversi solo in laterale; era diventato inesorabilmente invisibile agli altri e obbligato a guardare il mondo davanti a sé, di là dal vetro, un mondo diventato all’improvviso silenzioso, così come lui aveva profondamente desiderato.

La ragazza fenicottero ritornò, si pose davanti allo specchio e lentamente cominciò a fare gli esercizi di danza e intanto fissava intensamente lo specchio per studiare i suoi movimenti… [leggi tutto]

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