Il mago di Oz: la prima nazionale al Teatro Dante

Postato il 19 marzo 2013, in Comunicazione, Spettacoli

Ultimamente la storia raccontata ne “Il meraviglioso mago di Oz” è tornata molto in voga in diverse forme d’arte.
Il celeberrimo libro per ragazzi scritto da Frank Baum ed illustrato da Denslow racconta la storia della piccola Dorothy che un ciclone porterà nella magica terra di Oz, dove vivrà delle incredibili avventure insieme allo Spaventapasseri, al Boscaiolo di Latta e al Leone Codardo.
Il grande schermo rende omaggio a questo libro amatissimo con “Il grande e potente Oz”, una sorta di presequel della storia che narra l’arrivo del mago a cui la piccola Dorothy chiederà aiuto per tornare in Kansas dagli zii.
Grazie ad incredibili effetti speciali e ad un cast straordinario composto da James Franco, Michelle Williams e Rachel Weisz, il nuovo colossal della Disney sta riscuotendo un grande successo al botteghino.

Anche il mondo della danza ha deciso di farsi ispirare da questa storia senza tempo e il coreografo Roberto Sartori e la Kaos Balletto di Firenze presenteranno al Teatro Dante di Firenze Il Mago di Oz, il 21 marzo. Questo spettacolo unirà la danza ad alcune videoproiezioni con lo scopo di esaltare una storia che ha fatto crescere generazioni di bambini sognanti.
Un cast di altissimo livello, composto da Alessia Fancelli, Gianmarco Norse, Christian Fara, Daniele Salvitto, Chiara Prina, Yoav Bosidan, Valeria Gurzillo, Alessia Di Pietro e Paloma Dionisi, sarà accompagnato dalle musiche di vari autori e dalle composizioni del duo Kousagi Project, formato da Diego Cofone e Chie Yoshida.
Il mago di Oz: danza e letteratura unite per condurre il pubblico in un viaggio avventuroso e senza tempo, in cui il sogno si confonde con la realtà.

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Alle volte, non si ha semplicemente tempo. Ci mancano giornate ore o minuti che servono per un mucchio di cose che ci andrebbe di fare e che accantoniamo presi da ciò che sta in primo piano nella nostra vita.

Così faccio io. E non ne vado molto fiera perché so di perdermi parecchio, strada facendo. Un esempio? Vado poco a teatro, ho allontanato dalla mia esistenza tante faccende che amavo, persino pensieri e sentimenti che sapevo di provare… lasciando che il quotidiano attragga la mia attenzione e assorba le mie energie; ma una cugina e amica talvolta mi tira fuori e mi offre diciamo “una caramella” adatta a me.

Ora mi accingo a fare circa la stessa cosa per i lettori che si trovano con poco tempo anche loro: vi offro un tic-tac alla danza.

Questo film non è proprio una felice visione. Mi spiace perché adoro Nicolas Cage, meno se penso alla bellissima Penelope Cruz che non mi ha mai garbato molto. Un pensiero del tutto personale, tuttavia anche la critica cinematografica ha non ben recensito il film, che rimane una pellicola sentimentale con una buona tenuta narrativa, ma dalle deboli interpretazioni e dai contenuti superficiali. Per chi non lo conoscesse, si tratta di un episodio della seconda guerra mondiale: truppe italiane in Grecia (non confondiamolo con il superlativo “Mediterraneo” di Salvatores!) nel 1941, sull’isola di Cefalonia. La guerra è lo sfondo, l’amore il centro della trama, la fedeltà il cruccio dei due protagonisti: il capitano Antonio Corelli e la stupenda greca, Pelagia. Non è un film sulla danza, ma noi abbiamo poco tempo, oggi!

In 1:47 minuti, comunque, Pelagia balla un tango per ingelosire Antonio, crucciato e un po’ imbalsamato sullo sfondo. E balla con un soldato italiano. Un breve e piacevole passo a due, suggestivo, però, perché è corto. Detto questo, io lo riguarderei mille e mille volte perché conosco quel soldato. Credo che almeno una volta possiate vederlo anche voi lettori, perché un piccolo piacere colma anche quelle questioni lasciate in sospeso di cui parlavo. Basta poco ma di qualità perché, dove c’è quel giovane ballerino, c’è passione tenerezza attenzione cura dedizione alla danza alla musica e alla propria compagna di ballo. Osservare per credere! I piccoli gesti, il sorriso stupito ma soddisfatto del soldato e quei pochi passi di danza, che si accompagnato al lieve oscillare dei corpi che non si sfiorano, diventeranno di più anche per voi che non lo conoscete e non avete avuto il piacere di ballare con lui. Danza è anche questo e il talento di un artista non ha sempre bisogno di ore e ore per mostrarsi. Se, come credo, possono bastare un minuto e quarantasette secondi, uniamoci agli applausi del film!

Un film di John Madden USA 2001

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“E’ danza, è teatro o è semplicemente VITA?”. Queste sono le parole che si leggono nel trailer dell’ultimo film di Wim Wenders, dedicato a una delle più grandi coreografe del XX secolo: Pina Bausch.

Per chi, come me, ha amato la poesia e la sensibilità delle coreografie della Bausch, il film (uscito in Italia il 4 novembre scorso) è assolutamente da non perdere. Le riprese si erano interrotte nel 2009 a causa dell’improvvisa scomparsa di Pina Bausch, morta di cancro il 20 giugno 2009. Ma il film è stato portato a termine per volontà dello stesso Wenders e dei ballerini della compagnia della coreografa tedesca, il Tanztheater di Wuppertal.

Il film è un viaggio/documentario nel mondo artistico e coreografico del teatro danza; ad accompagnare lo spettatore ci sono le voci, i ricordi e soprattutto i corpi in movimenti di chi con Pina ha vissuto e ha costruito giorno per giorno le coreografie e gli spettacoli che l’hanno resa famosa nel mondo. Possiamo dire che il film sia un grande omaggio reso alla Bausch non solo da Wenders, ma anche dai ballerini del Tanztheater di Wuppertal; la pellicola vibra di tutte quelle tracce che Pina ha lasciato nelle vite di chi ha avuto la fortuna di lavorare con lei. La grande protagonista del film è senza dubbio la danza, con tutte le sue emozioni e con tutta la poesia di corpi in movimento che raccontano una storia. Perché per la Bausch la danza non è mai fine a se stessa, non è mai pura estetica, ma un mezzo per raccontare, per esprimere tutte quelle sensazioni che non si possono dire con le parole. I movimenti dei danzatori sono forti, energici, sostenuti da un’intenzione e da una determinata volontà di comunicare e di trasmettere le proprie emozioni allo spettatore; un corpo è in grado di raccontare una storia molto più di quanto possano farlo le parole. Ecco allora che sensazioni quali l’amore, la libertà, il desiderio, la paura, la lotta vengono indagate dai danzatori in tutte le loro declinazioni. Il teatro danza è stato per la Bausch una continua ricerca, una sperimentazione il cui fine ultimo era quello di riuscire a racchiudere la realtà e il sogno nel movimento del corpo. I gesti dei danzatori sono spesso reiterati, frenetici e violenti, alla ricerca di una verità che esula dai canoni estetici della danza. E proprio qui sta la potenza comunicativa delle coreografie di Pina Bausch…

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Il concetto di doppio sembra accompagnare la storia umana: si ritrova in religione, psicologia, filosofia, letteratura… e, inevitabilmente, in un tale panorama, Danza, Teatro, Musica e Cinematografia non potevano astenersi dal dire la propria.

Dire la propria più, più e più volte!

Giusto ieri, infatti, per restare in tema, ho finalmente visto “Black Swan”, il film di Darren Aronofsky che ha valso l'Oscar a Natalie Portman e che si portato a casa tante nomination quante ne bastano per tappezzare una parete.

Che dire di lui, innanzitutto?

Mah, magari cominciamo con qualcosa di semplice… direi che mi è piaciuto.

Mi è piaciuto per la suspence, la rivisitazione geniale della musica di Tchaikovsky da parte di Mansell (che già solo per il pezzo di Requiem for a Dream merita un posto nel mio cuore), per l'ambientazione onirica e per l'interpretazione della nostra Natalie. A seguire, mi è piaciuto perché Vincent Cassel per una volta non era del tutto un pazzo e perché Winona Ryder sembrava di nuovo giovane (capitemi, quando ho visto Star Trek e lei era la madre di Spock… brrr!). Insomma, promosso.

E ora, assolti i miei doveri (e se volete sapere di più del film e di cosa ne pensiamo, cercate la recensione su questo blog, quella seria), parliamo di riflessioni che possono essere scaturite da questa pellicola.

Non sono qui, infatti, stasera, per un commento esteso riguardo il film in sé, sui pro e i contro che si possono incontrare o sull'accoglienza riservatagli da pubblico e critica. Il film è solo un punto di partenza per speculare un poco su di un argomento per cui sono state spese molte parole ma mai in numero tale da ritenere consumato il dibattito: il doppio.

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Il cigno nero è uscito in Italia nel febbraio 2011 accompagnato da numerose polemiche, non ultima quella riguardante l’Oscar conferito a Natalie Portman come migliore attrice; se si naviga un po’ in rete ci si imbatte in fitti dibattiti sulla percentuale di passi di danza compiuti dalla Portman in prima persona (da chi sostiene che siano il 5% a chi afferma che siano il 75%).
Personalmente non mi sembra che questo possa essere un elemento determinante per valutare la qualità del film, perciò abbandono subito l’argomento e mi immergo invece in qualche considerazione più strettamente cinematografica.

«La storia la conosciamo tutti. Una giovane dolce e pura, prigioniera nel corpo di un cigno, desidera la libertà, ma solo il vero amore spezzerà l’incantesimo. Il suo sogno sta per realizzarsi grazie a un principe, ma prima che lui le dichiari il suo amore, la gemella invidiosa, il cigno nero, lo inganna e lo seduce. Devastata il cigno bianco si getta da un dirupo e si uccide e nella morte ritrova la libertà». Così il coreografo Thomas Leroy (Vincent Cassel) ci presenta il Lago dei cigni in una delle prime scene del film, aggiungendo che la sua nuova versione per l’apertura della stagione del New York City Ballet sarà spogliata degli orpelli, viscerale e autentica.
Nina (Natalie Portman), giovane e promettente ballerina, otterrà il ruolo di protagonista, ma dovrà ben presto scontrarsi con tutti i suoi fantasmi in una lotta senza esclusione di colpi, per uscire dall’adolescenza e conquistare il suo posto nella vita e al centro del palcoscenico. Ciò che accade a Odette nel Lago dei cigni, si rispecchia in ciò che deve fronteggiare Nina nella sua vita reale. Da subito Leroy mette Nina di fronte ai suoi limiti di danzatrice: la sua tecnica impeccabile e la sua purezza sono perfette per interpretare il cigno bianco, ma il cigno nero necessita di una sensualità e di un erotismo che Nina non possiede.
Il coreografo la spinge a lasciarsi andare, a sperimentare nella sua vita il significato della seduzione; Nina ne rimane disorientata, sembra non riuscire a superare quel blocco che la tiene legata alla sua glaciale purezza. Questo fino al giorno in cui Lily (Mila Kunis), bella e spregiudicata ballerina, sua avversaria per il ruolo di Odette, la trascina in una notte di alcool, droghe ed eccessi, facendole sentire sulla pelle che cosa significhi liberarsi dagli schemi che l’hanno sempre tenuta imbrigliata; in questa notte Nina libera finalmente la sua sessualità repressa in un rapporto lesbico (immaginato o realmente consumato) con il suo alter ego malvagio.
Sì perché il vero cigno nero della vita di Nina non è Lily, ma un nemico molto più viscido ed insidioso: se stessa.

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Negli ultimi anni, a fronte dell'esplosione di internet, gli aneddoti e i materiali inerenti l'ideazione, la stesura e la realizzazione di un prodotto artistico sono aumentati e divenuti, così, reperibili e fruibili oltre ogni aspettativa.

In risposta alle riprese amatoriali e alle news che i fan di tutto il mondo si passano l'un con l'altro con avidità, sono aumentati i contenuti speciali nei cofanetti dvd in commercio.

Hedwig, nella sua nuova edizione, non è da meno: i contenuti speciali, fatti di interviste e frammenti tratti dall'originale musical in scena a Broadway, raccontano una storia che è quella di Hedwig e allo stesso tempo non lo è. Insomma, come Hedwig stessa, gli extra film annullano la linea di demarcazione tra realtà e fantasia, fanno vedere nitidamente 'il muro' e creano 'un ponte' tra le persone che hanno inventato e i personaggi che sono stati inventati.

Non fraintendetemi, non sono una fan che vede oro dappertutto: sono una a cui piace riflettere. Ed Hedwig, l'incontro degli opposti per antonomasia, mi ha offerto molto materiale. Non ultima, la sottile contraddizione tra un film (con cui ho poco da spartire) e la sua genesi (che, all'opposto, è qualcosa che chiunque abbia militato un minimo per teatri, riconosce come vicina alla propria esperienza.)

Dapprincipio, infatti, è la storia di un'amicizia. Due si incontrano, trovano un argomento in comune, hanno un'idea. Anzi, a dirla tutta, nel caso di Hedwig, tutto comincia con il 'come si rimorchia in aereo usando un libro'. E questo, ammettiamolo, dice già molto di John Cameron Mitchell, la mente da cui è nata Hedwig (nonché la faccia)… e di Stephen Trask, la voce e l'emozione dell'opera rock.

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The Blues Brothers

Postato il 3 dicembre 2012, in Senza categoria

Spesso pensando ad un musical si ha l'idea che debba essere ricco di balli correlati a quella che è la trama. Indubbiamente, per il buon esito di uno spettacolo del genere, è necessario una componente notevole di danza, ma a questa deve essere affiancata necessariamente un parte recitata e ovviamente una cantata.
Nel caso di musical del calibro di Cats e Jesus Christ Superstar ovviamente c'è un predominio della componente danza-canto. Ebbene, c'è un musical che unisce magistralmente la parte recitativa e l'aspetto canoro, dando maggior spazio a questi aspetti piuttosto che alla danza.

The Blues Brothers è un film del 1980, la cui caratteristica fondamentale è quella di unire sulllo schermo molteplici musicisti ed attori che hanno lasciato il segno nella cultura moderna. La trama è presto riassunta: i due fratelli Jake Blues (John Belushi) ed Elwood Blues (Dan Aykroyd), i Blues Brothers, sono due musicisti squattrinati, cresciuti in un orfanotrofio che purtroppo verte in pessime condizioni economiche. Riunendo i componenti della “Banda” i due decidono di portare sui palchi di mezza America il loro show musicale, guadagnare i soldi necessari e quindi salvare l'orfanotrofio. Ovviamente sul loro cammino incontrano numerosi ostacoli, ma essendo uomini di mondo riescono a superare le avversità e raggiungere il proprio scopo.

La componente musicale in questo film è di fondamentale importanza. Infatti, oltre ai protagonisti, compaiono numerosi cantanti famosissimi, tra i quali spiccano Ray Charles, Aretha Franklyn e Jame Brown. La colonna sonora dei Blues Brother è ormai entrata nel mito, resta da rilevare quale importanza abbia rivestito il film in sé in un genere quale il musical.

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One singular sensation

Postato il 2 dicembre 2012, in Senza categoria

In un teatro di Broadway, una linea bianca, tracciata sotto i nostri piedi, distingue due spazialità: davanti, rimane un piccolo spazio che divide dalla platea, dietro, vuoto, il palcoscenico resta alle nostre spalle, come in attesa, perchè è lì che si danzerà, si canterà, ci si muoverà insieme a tempo, e, con lo stesso ritmo nelle orecchie, ci si esibirà. Su questa linea, invece, ci si presenta, ci si confida, ci si scopre. Qui siamo noi prima che la musica parta e lo spettacolo abbia inizio. E se noi siamo in fila uno vicino all’altro a giocarci il presente (se non il futuro!), lui è di fronte. Dalla sua parte ha la forza del buio, tranne che per la lucina, proprio quella che attira il nostro sguardo preoccupato sospettoso e ansioso, come un piccolo spot sulle nostre vite e sui suoi pensieri; e ha la prorompenza del suo genio, misto a un pessimo carattere, ovviamente, ma affascinate conturbante e bello da togliere il fiato. Questo perché lui è Michael Douglas ed io mi sono abusivamente sistemata sulla sua “prima fila”: la linea che separa il corpo di ballo dalle star. Io, che in realtà sono sdraiata nel letto a guardare questa edizione di “Chorus line” film, (la prima del musical fu a teatro nel 1975) per cercare su quella “linea” qualcosa per me: un passo avanti per il 2012 e qualcuno indietro per tutti gli anni in cui ho danzato davvero.

Non sono sola, però, perché un figlio adolescente inaspettatamente mi fa compagnia, muovendo le affusolate dita da pianista. Lui deve smaltire i festeggiamenti del Capodanno appena trascorso, ma non è immune al motivetto più orecchiabile di “One”, ed io devo trovare una “singular sensation” per iniziare l’anno nuovo, e lasciarmi alle spalle quanto di quelli vecchi mi ha irrigidito (non si balla bene con il corpo intorpidito!).

Così, per quanto l’accoppiata madre nostalgica a figlio scompagnato sia stramba, ho rivisto questo film dedicato alla danza, alla musica, alle aspettative, ai sogni e ai problemi di ogni vita vera. Ho riprovato l’emozione che dà stare su di un palcoscenico nonostante la paura che quel buio davanti agli occhi porta sempre con sé. E ipotizzo, mentre scrivo, che forse persone diverse da me e lontane dal mio vissuto artistico possano comunque essere incuriosite e vederlo, per cercare la loro personale sensazione. Anche una sola, purchè unica, emozione: lo dice la canzone! Per me è valsa la pena mettere su quel dvd avuto in prestito parecchio tempo fa, prima di restituirlo.

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