Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Fa caldo o freddo? Forse caldo. Forse freddo. Forse entrambe le cose. Qualcuno grida.
Delle donne forse, giovani e vecchie. Dei pianti, di sicuro di bambini. Ci sono anche bambini molto piccoli, dei neonati appena, in braccio alle madri. Ma questi sembrano tranquilli. Dormono. Ignari di tutto. Ignari del male che si sta perpetrando e si consuma intorno a loro. Ci hanno portati tutti qui, in questa distesa ai margini di un bosco. Nei pressi vi scorre un piccolo rivo nascosto, in molti tratti, dai rami degli alberi. Si sente il rumore dell’acqua: limpida, cristallina, libera. Ci hanno stipati in camion militari coperti, niente si poteva vedere o intuire qualcosa dall’esterno. Ci hanno caricati su con la minaccia delle armi, di kalashnikov puntati a neanche un metro di distanza. Il viaggio non è stato molto lungo, o almeno così mi è parso tra le spinte, le voci, i lamenti, i pianti, gli ordini secchi dei comandanti dei reparti nazionalisti paramilitari. Sono giunti perfino in teatro. Al teatro di Stato. Il teatro più famoso della capitale. In un posto dove credevo non sarebbero mai arrivati. In un posto dove finora sono stato al sicuro, dove mi credevo al sicuro… Ma c’è la guerra: la guerra civile, la peggiore delle guerre.
Cittadini di una stessa nazione, membri di uno stesso stato: gli uni contro gli altri senza più distinzione. E non si è, in fondo, mai sicuri in un territorio in guerra. Mai sicuri.
Avevamo appena finito le prove dello “Schiaccianoci” di Cajkovskij quando si sono presentati in teatro terribili, minacciosi, urlanti come bestie inferocite. Ho provato a dir loro che sono il ballerino Andrè Larko, un mito della danza classica, conosciuto in tutto il mondo. Ma è stato tutto inutile, anzi l’averlo detto ha esasperato ancora di più il comandante: un omaccione grande e grosso con il cranio rasato a zero.

<< Credi così di poterti salvare? Di nascondere la tua appartenenza etnica, la tua religione? Scomparirai dalla faccia delle terra insieme a tutti gli altri della tua specie, brutto bastardo >>.
E’ stata questa la sua risposta. Netta. Precisa. Carica di odio e di disprezzo.
Sghignazzante. Almeno avevamo finito le prove per la prima, che dovrà tenersi fra due settimane. Tutto si è svolto in pochi attimi sotto gli occhi attoniti del corpo di ballo, del direttore artistico del teatro, del regista dello spettacolo, dei tecnici del suono e delle luci. Tutti hanno provato, chi più chi meno, a difendermi. Il direttore artistico si è addirittura scagliato fisicamente contro il comandante. Voleva colpirlo in faccia, per le parole che aveva pronunciato, per l’atto che stava compiendo… ma invece è stato colpito lui. Allo stomaco. Con il calcio del kalashnikov imbracciato dal comandante.
<< Siamo alla fine del ventesimo secolo. Queste cose sono inconcepibili anche nelle società meno civili. L'Arte non ha etnia, non ha religione, non ha ideologia, non ha confini. L'Arte è al di sopra di tutto. E' libera. La danza è movimento. E' vita. E' libertà! >>
Ha urlato, prima di piegarsi in due per il dolore.
Mi hanno fatto scudo in molti, perfino le ballerine con il loro corpo fragile, aereo, perfetto modellato dalla danza forse più di quello dell’uomo. Non volevo che le toccassero, che le sfiorassero anche con un dito solo. Non volevo che facessero del male a nessuno per causa mia. Mi sono consegnato senza opporre resistenza. Non sono mai stato un malfattore. Non ho mai fatto qualcosa contro le leggi, contro lo Stato, contro la società, contro le persone. L’unico scopo, l’unica ragione, l’unica meta della mia vita è stata, solo e sempre, la danza.
Danzare, danzare e danzare con un corpo di carne che potrebbe alzarsi in volo come un grande uccello etereo. Danzo da quando avevo quattro anni. Ho danzato intorno al fuoco in splendide notti di primavera, sotto la luna o sotto un cielo stellato da mozzare il fiato nell’accampamento dei nomadi della tribù di mia madre. Ho imparato a fare della danza l’arte più sublime dell’Universo, scolpendo lentamente il mio corpo e la mia anima affinchè divenissero ricettacoli degni di questa forma d’arte elevata. Col tempo, ho danzato nei più importanti teatri del mondo con le compagnie di ballo più famose trasformandomi, così, nel “numero uno” mondiale della danza classica. Il mondo mi ha amato fin da subito elargendomi molti riconoscimenti ufficiali e non, perchè il mondo ama la danza. La ama da tempi remoti. Sa, fin dalla nascita delle prime civiltà sulla terra, che la danza è vita. E’ esplosione di esuberanza, di gioia, di felicità. Rende gli uomini più umani, più profondi, più consapevoli del mondo, reale o immaginario, che li circonda, li innalza a creature sensibili e percettive dell’essenza soprannaturale, creando in loro il senso del Divino e mettendole, effettivamente, in contatto col Divino. Ci hanno fatto scendere dai camion e ci hanno fatto camminare per un paio d’ore forse o forse di più, non so il tempo ha come perso significato. Non scorre più. Si è fermato. O forse decelera andando all’indietro o forse accellera andando in avanti. Adesso ci siamo fermati. Ci hanno dato delle pale e ci hanno detto di scavare, agli uomini giovani e robusti soprattutto. Non possiamo rifiutarci. Ribellarci. A cosa servirebbe mai? Ci falcerebbero all’istante con una sola raffica di mitra. E’ impossibile e inutile. Nessuno può salvarci. Nessuno sa. Il mondo non sa. E se anche sa, non può fare nulla o non fa nulla. Molti forse hanno capito, o almeno hanno intuito la fine che ci aspetta. Le donne giovani, infatti, piangono. Un pianto silenzioso e continuo, stringendo al petto i loro piccoli. I vecchi si lamentano piano, con gli occhi chiusi, quasi impercettibilmente e i bambini se ne stanno zitti ad ascoltare il rumore delle pale che smuovono la terra in fretta. La fossa è ancora poco profonda, non troppo larga ma si lavora a ritmo forzato sotto la minaccia delle armi e allora aumenta in profondità e in larghezza quasi ad ogni minuto.
In lontananza il rumore dell’acqua quieto, rilassante, in contrasto con questo scenario di dolore, di paura, di desolazione… e forse, ben presto, di morte. Ricordo, quasi improvvisamente, la mia prima esibizione al Bolshoij di Mosca, “Il lago dei cigni”, un successo inaspettato proprio nel “tempio storico” della danza classica.

Da quella volta in poi, ho capito fin dove il mio corpo può spingersi nel danzare. I battiti del cuore, il pulsare del sangue nelle vene, la tensione dei muscoli, i movimenti sincronici e coordinati.
Sentivo, percepivo tutto… ed era meraviglioso e terribile insieme. La forza di gravità, che tiene fermi al suolo, la sentivo come nulla. La musica dava il ritmo e la cadenza… ed io ero quasi un dio. Il dio della danza. Vissuto sulla terra in epoche remote dell’umanità.
Colui che danzando e danzando aveva dato la nascita alle stelle, ai pianeti, ai corpi celesti vaganti, al vento e alla pioggia, al sole e al mare, ai fiori e agli alberi, agli uccelli che volano nel cielo con le loro ali bellissime e prodigiose.
Colui che, per mezzo della danza, aveva dato forma e immagine al mondo perché fosse pieno di bellezza e armonia, di colore e di gioia, di vitalità e di mistero. Il Madison Square Garden di New York, L’Opéra di Parigi, La Scala di Milano e tanti tanti altri teatri in tutto il mondo… “Il lago dei cigni”, “La bella addormentata”, “Romeo e Giulietta”, “Sogno di una notte di mezza estate”, “L’uccello di fuoco”… L’uccello di fuoco di Stravinskij, forse l’opera in cui mi identifico di più e nella quale riesco a dare sempre il meglio di me stesso in modo completo, totale, assoluto per quel che riguarda la danza.
Ne “L’uccello di fuoco” raggiungo le vette più alte del danzare umano. L’apice della danza. Nizinskij, Nureyev, Baryshnikov sono mai riusciti a fare e a dare di più alla danza?
Sì,”L’uccello di fuoco”. Adesso, in mezzo alla polvere, al sudore e al pianto umani, al dolore, alla disperazione… Le dimensioni giuste della fossa sono state raggiunte. Gli aguzzini ci intimano di smettere e di stare ritti, in piedi. Si avvicinano tutti all’orlo della fossa. Sono pronti a sparare raffiche su raffiche.
Ho chiuso gli occhi. Non sento più niente tranne la musica. Ecco, sto danzando… “L’uccello di fuoco”. La danza. L’Arte, l’Arte tutta che può spezzare catene, aprire cancelli di ferro e liberare prigionieri. Che da cibo, calore e il coraggio di resistere, di lottare, di sopravvivere. Le raffiche di mitra sono già partite. I corpi delle prime file sono già caduti nella fossa, coperti di sangue.

Ma io mi sono alzato in volo, impercettibile eppure all’improvviso. Mi libro nell’aria come un grande uccello dalle ali maestose e leggere simili a quelle degli angeli. Sto danzando… e salgo sempre più in alto. Tutto mi appare minuscolo e insignificante da quassù. Quanto è meschino e povero il mondo degli uomini a guardarlo da queste altezze! Il cielo è sempre più azzurro, di un azzurro e di una purezza straordinari. Mai visti prima. Sto danzando nello spazio siderale. Fra le stelle. Forse anche oltre le stelle. Dove tutto ha avuto origine i primi istanti che hanno dato il via al tempo e avviato la formazione delle galassie, dei sistemi solari, dei pianeti. Qui i mondi nascono e muoiono in continuazione in una fiammata immane, in un’esplosione di luce incredibile, nel silenzio assoluto del Cosmo… L’ultima raffica di mitra si è spenta. Le grida, i pianti, le invocazioni di pietà o di aiuto sono cessate. Ora tutto tace. Ogni cosa è entrata nella quiete. Soltanto la danza continua. La mia ultima danza. L’ultima danza dell’uccello di fuoco.

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"L'ultima danza dell'uccello di fuoco" di Francesca Rita Rombolà, 7.7 out of 10 based on 3 ratings
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