La “Bella Addormentata” di Matthew Bourne – Recensione di Judith Mackrell

Postato il 14 dicembre 2012, in Balletto, Recensioni


Matthew Bourne aveva già utilizzato la sua straordinaria immaginazione per reinventare due dei più famosi balletti di Tchaikovsky, mettendo in scena uno Schiaccianoci fosco e dalle atmosfere dickensiane e un Lago dei Cigni decisamente selvaggio. Ma nel montare la “Bella Addormentata”, ha messo se stesso davanti ad una sfida ben più ardua. Questa è una storia i cui pallidi personaggi principali e la trama banale sembrerebbero resistere a qualsiasi reinterpretazione.

Nel balletto originale del 1890, il coreografo Marius Petipa compensò la mancanza di tensione emotiva grazie ai dettagli delle sue invenzioni coreografiche. E ci sono momenti nella versione di Bourne dove il suo balletto non ha il virtuosismo necessario per accompagnare la maestosità della musica di Tchaikovsky. Ma dal momento in cui sentiamo i tuoni e i vagiti di un neonato attraverso la versione dello spartito (il tutto registrato e adattato per l’occasione) e scorgiamo l’incombente figura alata della perfida Carabosse, diventa chiaro che Bourne e il suo costumista, Lez Brotherston, hanno trovato dei modi sorprendentemente nuovi e accattivanti di proporre le loro idee.

L’elemento chiave della loro versione è il fatto che Aurora non è una perfetta principessa ma una bambina ribelle per natura. Anche quando è ancora in fasce è una piccola selvaggia; rappresentata da un minuscolo ma realistico pupazzo, scorazza in lungo e il largo per il palazzo e sogghigna con aria felice alle fatine che le portano dei doni. Se lei è la vera stella della prima scena, anche le fate stesse sono molto graziose. Nonostante lo stupendo scintillio dei loro costumi, nascondono un lato oscuro: la Fata Serenella è un uomo (una performance “strana” e autorevole di Christopher Marney), mentre le altre hanno nomi come Collera e Ardore. La coreografia di Bourne fa alcuni abili riferimenti ai passi originali di Petipa, ma li rielabora in un immaginario pieno di bagliori sensuale e comico, che è tutto tranne che bizzarro.
Dal secondo atto, Aurora è un maschiaccio irrequieto che si è innamorata del guardiacaccia reale, Leo. Ma il sagace Bourne complica la trama: infatti Carabosse, oltre ad aver lanciato una maledizione contro la giovane principessa, si è portata dietro un figlio bello e affascinante di nome Caradoc, che entrerà in competizione con Leo per conquistare il cuore di Aurora.

D’un tratto viene introdotto nella trama un nuovo elemento drammatico di tensione, tendendola così molto viva fino in fondo attraverso la fantasia sognante e pastorale del terzo atto (una foresta argentata e piena di specchi popolata da sonnambuli), fino alla festa infernale di Caradoc nel quarto atto, dove appare trionfante sul punto di reclamare, ed uccidere Aurora. Aggiungendo una dimensione vampiresca (si scopre che la Fata Serenella ha i denti, come i vampiri), questa Bella Addormentata è un’opera perfettamente riuscita dall’inizio fino all’epilogo grazie al suo stile allegro.

I puristi possono storcere il naso di fronte agli accorgimenti tipici del musical che Bourne ha imposto; eppure questi ultimi si sono rivelati decisamente strategici, e stranamente ci permettono di scoprire nuove sfumature dello spartito di Tchaikovsky. Certamente contribuiscono anche il carisma e il significato che Bourne è in grado di donare ai personaggi della sua favola, compresi i due amanti, che sono dolcemente commoventi: Dominic North nel ruolo del presuntuoso ma eroico Leo, e Hannah Vassallo in quello di Aurora.
La “Bella Addormentata” non riesce a raggiungere l’agitazione tragica del Lago dei Cigni, ma l’intelligente riscrittura di Bourne in chiave gotica, gli ha fatto scoprire in maniera trionfale qualcosa di seducente e realistico.

Tratto da “The Guardian”

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