Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Sì, non ho desiderato altro nella mia infanzia. Ricordo che avevo cinque anni quando ho avvertito per la prima volta il richiamo della danza.

Io sarei diventato un grande ballerino di danza classica.

Cominciai a dirlo a tutti. A mia madre, ai miei nonni, a miei zii, ai miei compagni di giochi.

Solo a mio padre non dissi nulla. E come potevo dirglielo? Lui in quel periodo era considerato uno dei migliori piloni del mondo. Giocava in una squadra di rugby francese che aveva vinto il campionato per ben tre anni consecutivi. Senza contare che aveva già collezionato cinquanta presenze nella nazionale italiana di rugby.

Mio padre era un gigante. Un metro e ottantotto di altezza per cento e quindici chilogrammi di peso.

Una figura davvero  statuaria.

Certo, se non fossi stato così ingenuo, allora avrei dovuto capirlo che con un padre così avrei avuto ben poche speranze, crescendo, di salvaguardare quel fisico delicato, adatto per diventare il miglior ballerino del mondo.

Fu l’ingenuità, quindi, la maggiore azionista dei miei sogni.

Gli anni cominciarono a passare lenti, inesorabili.

A otto anni ero già un omone tanto che nelle foto di gruppo con i miei compagni di classe il divario fisico appariva   notevolissimo.

Avevamo la stessa età ma io sembravo un ripetente incallito.

Mi sentivo così impotente e ce l’avevo soprattutto con mia madre che trovava sempre una scusa nuova per rimandare di iscrivermi a danza. Ci misi del tempo per rendermi conto. E quando accadde fui preso dallo sconforto.

Ero troppo grosso per fare il ballerino.

Tutto crollò inesorabilmente. I miei piani, i miei sogni, i miei progetti …

Mi buttai sul cibo. Merendine, cioccolata, panini, bistecche, patate fritte …

Non divenni obeso soltanto perché mi sviluppavo anche in altezza e il grasso si distribuiva uniforme  in tutto il corpo.

Inesorabilmente mi avvicinai  al rugby.

Avevo diciassette anni.  E giocavo già come pilone in una squadra italiana importante, quando arrivò la mia prima convocazione nella nazionale italiana di rugby.

Partii come riserva, naturalmente. Ma non avevo messo nel conto che proprio in quella prima partita il destino aveva altri piani per me.

Il pilone titolare della nazionale si infortunò e l’allenatore pensò bene di buttarmi nella mischia. Non ho mai capito  perché lo fece. Lui e mio padre avevano giocato insieme nella stessa squadra per dieci anni ed erano molto amici. Forse mi stava dando l’opportunità di giocare per fare un piacere a lui. Non ne ero certo, ma qualche dubbio allora mi venne.

La partita la perdemmo. Ci furono critiche feroci contro tutti. L’unico ad uscirne bene fui io. Scrissero che avevo fatto una partita straordinaria e mi considerarono la nuova promessa del rugby italiano.

“Che sensazione le ha fatto l’aver concretizzare il suo sogno di diventare un giocatore bravo come suo padre?” mi chiese in una intervista un giornalista televisivo.

“Da bambino non sognavo di diventare un giocatore di rugby.”

“No. E che cosa sognava di diventare?” chiese ancora il mio intervistatore.

“Un ballerino di danza classica.”

La risata di gusto del giornalista fu molto significativa.

Alla fine, per tutti, quello che era stato il mio sogno diventò una battuta.

Ero, dissero, un ragazzo di talento e anche molto spiritoso.

Mio padre era orgoglioso di me e diceva a tutti che sarei diventato sicuramente più bravo di lui.

Tre anni dopo venni  ingaggiato  da un’importante squadra di rugby francese e andai a vivere  a Parigi. In quel periodo pensavo poco alla danza. Ero tutto concentrato sulla mia carriera sportiva. Successi, interviste, sponsor, ragazze, soldi, tanti soldi. Troppi, forse.

Una mattina, però, mentre sfogliavo “Le Figaro” il mio sguardo si schiantò sulla foto di una ragazza bellissima. Lessi l’intero articolo. Sylvie Candeille, era il nome della ragazza.

Ebbi un brivido alla schiena quando lessi che la Candeille era una famosa ballerina di danza classica e avrebbe debuttato la domenica successiva al Théâtre National de l’Opéra di Parigi con Il lago dei cigni di Pëtr Il’ič Čajkovskij.

Acquistai subito il biglietto di ingresso e quella domenica diedi l’anima sul campo per vincere con la mia squadra una partita difficilissima di campionato. Se l’avessimo persa l’allenatore sicuramente ci avrebbe trattenuto a lungo per spiegarci le ragioni della sconfitta ed io avrei rischiato di arrivare tardi a teatro.

No, dovevamo vincerla a tutti i costi.  In campo fui incontenibile e alla fine la partita  fu la mia squadra a vincerla ampiamente.

Arrivai all’Opéra in perfetto orario e  durante il balletto fui letteralmente rapito dalle vibrazioni intense della musica e dalla poesia dei movimenti di Sylvie Candeille.

Quattro atti in cui i miei sogni d’infanzia ritornarono con un volto nuovo. Quello di Sylvie.

Mi aveva letteralmente stregato.

Cercai di uscire dal teatro senza farmi riconoscere. Ero arrivato quasi all’uscita e ce l’avevo quasi fatta se un giornalista non avesse pronunciato ad alta voce il mio nome.

Fui circondato da altri giornalisti e alcuni  curiosi, perlopiù tifosi della  squadra in cui  giocavo. Tra questi tifosi c’era anche il produttore dello spettacolo che insistette parecchio affinché mi unissi alla festa che quella sera si era organizzata in onore di Sylvie Candeille.

Alla fine accettai con gioia anche se riuscii a mascherarla molto bene.

Fu in quella festa che mi presentarono Sylvie. Lei fu felice di conoscermi. Mi disse anche che suo fratello era un mio grande tifoso. Mi chiese addirittura un autografo per lui.

Ci scambiammo  i numeri di cellulare.

La chiamai una settimana dopo e la invitai a cena.

Fu così che iniziai a frequentarla. Alla fine ci innamorammo e due anni dopo ci sposammo. Un matrimonio da favola.

Quando i miei impegni sportivi me lo permettono cerco di seguirla in tutti i teatri del mondo dove lei si esibisce. È così emozionante vederla danzare. Ogni suo passo risveglia i miei sogni di bambino.

Sono felice di vederli così vivi nel corpo di Sylvie, così in armonia con la musica e con  il mio cuore.

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"Il volto nuovo dei sogni" di Bonifacio Vincenzi, 7.7 out of 10 based on 7 ratings
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