Nel contesto del Musical più che del Balletto, Hedwig and the Angry Inch (conosciuto in Italia come ‘La diva con qualcosa in più’) è uno di quei film che, a mio avviso, acquistano un senso solo quando, tra le lacrime, si intravvedono i titoli di scena.Molti gli stati d’animo che si possono alternare durante la visione di questa opera rock nata da un musical cabaret nel lontano anno 2001: perplessità, incertezza, curiosità, fastidio e, perché no, noia… persino noia!Eppure, giunti al dunque, sull’ultima nota, l’ultimo fotogramma, l’ultima dissolvenza, tutto acquista un senso: Hedwig è un modo di vivere e interrogarsi, di camminare per la strada, di cercare l’amore e perderlo, di non essere ciò che si dovrebbe essere o di non sapere affatto cosa si è.La trama, ideata da John Cameron Mitchell e completata dalle musiche e testi di Stephen Trask per un musical on Brodway dalla genesi incredibile (che prima o poi vi racconteremo…), è un miscuglio di filosofia e storia della musica, più simile a un cassetto disordinato che a un concerto.La trama è semplice e assurda allo stesso tempo: Hedwig, un tempo Hans, per uscire da Berlino Est al seguito di un ufficiale americano, sceglie di farsi castrare e vestirsi da donna. Giunto in America e imbevuto di quel mito di libertà e musica conosciuto solo attraverso le trasmissioni radiofoniche degli alleati, si vede abbandonato(/a) e impossibilitato a tornare indietro, in tutti i sensi: il muro di Berlino è crollato, il mondo da cui proviene è svanito, quello verso cui correva si è rivelato illusorio. Mutilato nell’anima e nel corpo, Hedwig si ritrova coinvolta (e, credetemi, si merita gli aggettivi al femminile) in una relazione con un ragazzino di nome Tommy, con cui condivide la passione per la musica e la stesura di molte canzoni. Quando Tommy, travolto dal successo musicale, ruba l’intero repertorio e la abbandona, Hedwig si vede costretta a combattere per i propri diritti e, volente o nolente, a ripercorrere la sua vita a caccia di un senso o una verità che, per quanto spietata, le dia un poco di pace. Una verità, la Gnosi che Hedwig ricerca nella musica e nelle persone che ama.

Poco, quindi, vista la trama, da certi punti di vista. Molto, se si considera la potenza psicologica del protagonista: man mano che la storia si dipana (suscitando non poco imbarazzo nell’impreparato pubblico… ho imposto la sua visione a troppe persone per non saperlo), il fascino del John Cameron Mitchell e della sua Hedwig diviene qualcosa di indiscutibile e spiazzante… fascino di un uomo vestito da donna, di una donna intrappolata in un uomo, di un mostro dai  sentimenti umani più intensi e irrazionali, di un essere umano che si sente, per citare liberamente la prima canzone ‘Come il muro di Berlino stesso, un ponte tra i mondi’.

Forse sarebbe più semplice circoscrivere tutto il film al mondo dei Trasgenders, alle battaglie per l’emancipazione sessuale e, quindi, arginarlo in un settore: i primi minuti del film danno solo questa impressione: il protagonista, le parrucche bionde (bellissime, credetemi!), i musicisti che lo circondano, i fans che lo seguono… nessuna contraddizione.

Poi, il primo calcio. Sì, calcio, ho detto calcio, non c’è altro modo di definirlo: la seconda canzone, The Origin of Love, arriva all’improvviso, inevitabile e sconvolgente. Un’inquadratura, un uomo vestito da donna (di cui ancora sappiamo poco o niente) in piedi in un ristorante di provincia dietro un carrello di dolci… poi un primopiano… una nota… e un’esplosione di immagini. Una sequenza di animazione che fa da sfondo a una storia che, per stessa ammissione dell’autore Stephen Trask, nasce dal Simposio Platonico e diviene una ballata degna di nomi della musica ben più conosciuti.

E, dopo quei cinque minuti, che da soli valgono l’intero film, non c’è più scampo. Perdoniamo al regista i ritmi lenti, i cambi di scena un po’ repentini, lo stile da film amatoriale in cui di tanto in tanto scivola e ci limitiamo, incantati, a guardare questo uomo (troppo donna, a conti fatti) che vive, narra, si prende in giro e soffre senza risparmiare (o risparmiarsi) nulla.

Nella narrazione si colgono due estremi: da un lato,il muro di Berlino, realtà neanche troppo lontana e simbolo di un mondo diviso, in cui le cose si contrappongono senza sfumatura: bene, male, giusto, sbagliato, vero, falso e, soprattutto, uomo e donna. All’opposto, la musica, capace di scavalcare le barriere senza nemmeno notarle, di durare per sempre, più di ogni convenzione o limite.

L’amore dura per sempre? Si interrogano i nostri protagonisti. No, è la risposta più semplice e cinica. L’amore no. Ma una canzone che parla d’amore dura più del sentimento stesso.

La musica, come la danza, è per sempre.

E, quando giungiamo alla fine, bombardati dai controsensi e incerti su cosa ci attenda ancora, sulle note di Midnight Radio, torniamo alla gamma di emozioni che abbiamo provato e la scopriamo ridotta, forse svanita: sulle labbra, negli occhi se siamo dei sentimentali, restano solo tracce dell’incertezza con cui abbiamo accolto l’ouverture, tracce in un mare di inaspettata commozione.

Hedwig, alla fine, con ben poco cattivo gusto, ci ha raccontato una storia assurda ma in cui possiamo credere, ha cantato le ferite dell’amore mascherate dalla rabbia, la disperata ricerca di qualcuno che possa amarci e che noi possiamo amare, di un qualcuno che ci completi, che sia stato parte di noi nella notte dei tempi.

Qualcuno che sappiamo, sentiamo, di aver perso e che, forse, a conti fatti, non è altro che l’allegoria della pressante ricerca dell’identità personale a cui andiamo incontro ogni giorno dell’esistenza, quella Gnosi che nel film si identifica con una croce d’argento sulla fronte di chi si ama.

“E’ un dolore che taglia a metà il cuore…” – canta Hedwig, non a caso, sconvolgente nel suo primopiano più bello – “Noi lo chiamiamo amore.”

E noi? Non lo chiamiamo forse nello stesso modo?

E, se così non fosse, non lo chiameremmo vita?

 

Per più dettagli nella trama:

http://it.wikipedia.org/wiki/Hedwig_-_La_diva_con_qualcosa_in_pi%C3%B9

Per il Trailer ufficiale:

http://www.youtube.com/watch?v=4p9mPhGo1j0

 

Premi vinti dal film:

National Board of Review Awards 2001: miglior regista esordiente

Festival del cinema americano di Deauville 2001: Grand Prix e

premio della critica internazionale Teddy Award 2001

Gotham Awards 2001: regista rivelazione

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