Negli ultimi anni, a  fronte dell’esplosione di internet, gli aneddoti e i materiali inerenti l’ideazione, la stesura e la realizzazione di un prodotto artistico sono aumentati e divenuti, così, reperibili e fruibili oltre ogni aspettativa.

In risposta alle riprese amatoriali e alle news che i fan di tutto il mondo si passano l’un con l’altro con avidità, sono aumentati i contenuti speciali nei cofanetti dvd in commercio.

Hedwig, nella sua nuova edizione, non è da meno: i contenuti speciali, fatti di interviste e frammenti tratti dall’originale musical in scena a Broadway, raccontano una storia che è quella di Hedwig e allo stesso tempo non lo è. Insomma, come Hedwig stessa, gli extra film annullano la linea di demarcazione tra realtà e fantasia, fanno vedere nitidamente ‘il muro’ e creano ‘un ponte’ tra le persone che hanno inventato e i personaggi che sono stati inventati.

Non fraintendetemi, non sono una fan che vede oro dappertutto: sono una a cui piace riflettere. Ed Hedwig, l’incontro degli opposti per antonomasia, mi ha offerto molto materiale. Non ultima, la sottile contraddizione tra un film (con cui ho poco da spartire) e la sua genesi (che, all’opposto, è qualcosa che chiunque abbia militato un minimo per teatri, riconosce come vicina alla propria esperienza.)

Dapprincipio, infatti, è la storia di un’amicizia. Due si incontrano, trovano un argomento in comune, hanno un’idea. Anzi, a dirla tutta, nel caso di Hedwig, tutto comincia con il ‘come si rimorchia in aereo usando un libro’. E questo, ammettiamolo, dice già molto di John Cameron Mitchell, la mente da cui è nata Hedwig (nonché la faccia)… e di Stephen Trask, la voce e  l’emozione dell’opera rock.

Da questo incontro, assurdo, già di suo, nasce la minuscola scintilla: il progetto in cui credere, l’idea semplice ed efficace allo stesso tempo.

John parla di Hedwig, Stephen ascolta: Cameron Mitchell ha un passato come figlio di ufficiale stanziato a Berlino,  un trascorso nel mondo dello spettacolo e ora vuole mettersi una parrucca bionda (resa più vaporosa con rotoli di cartone) per salire su un palco a raccontare una storia che in parte si inventa, in parte potrebbe aver vissuto.

Racconta. Racconta ancora. E ancora, con sempre maggiori particolari, scompone i ricordi e gli stati d’animo in  personaggi, in aneddoti, in metafore. E conquista.

Potremmo scrivere delle canzoni, suggerisce uno. Potremmo cantare del punk rock, risponde un altro. Potrebbe esserci un locale in cui esibirci, potremmo dire che la nostra storia inizia a Berlino… potremmo cantarlo, perché no.

Potremmo, potremmo, potremmo… bhe, facciamolo.

È questo che amo nelle storie dietro le storie. A un certo punto, se sei in gamba, convinci qualcuno di qualcosa e… bhe, facciamolo.

Cerchiamo un teatro, cerchiamo una scenografia, cerchiamo la musica… facciamolo, senza voltarci indietro. Chiunque abbia attraversato un palco buio ha sentito questa frase nello scricchiolio delle assi. Facciamolo.

Cameron Mitchell dona vere emozioni, dalle parole alle immagini di repertorio. Emozioni che conosciamo, eccitazione, sorpresa, un pizzico di  sfacciata improvvisazione.

I suoi collaboratori e finanziatori, alternandosi davanti la cinepresa, raccontano aneddoti su di lui e, tra i tanti, a me piace quello che riguarda il conteggio: John Cameron Mitchell è figlio di Broadway… conta da 5 a 8. ogni volta che lo fa, i musicisti che lo circondano, figli del punk rock, ridono.

I musicisti contano da 1 a 4, non da 5 a 8. Ma lui, a torso nudo e  circondato dai rockettari, senza muscoli e con l’aria tranquilla, conta come Liza Minnelli!

Ma, si sa, il genio ha per natura ben poco pudore!

Forse conta sbagliato, forse non sa di cosa sta parlando… ma ciò che è certo come affascini abbastanza da convincere musicisti, investitori, appaltatori. Il cast baratta, vende, compra, riadatta e arriva persino a ristrutturare un vecchio albergo per avere un teatro in cui dare forma unitaria all’accozzaglia di suoni e colori che ha messo assieme. Le donne divengono uomini, gli uomini sono donne, i capelli biondi sono un indispensabile accessorio che si cambia come un paio di orecchini.

Alla sua prima edizione, lo spettacolo viene allestito in una sala da ballo in un albergo a ore in cui prostitute e spacciatori vanno, vengono e salgono persino sul palco. Estremi e discutibili nella realtà come nella vita… cose che succedono in teatro, commenta l’unica ‘biologicamente’ donna ammessa sul palco con un’incurante alzata di spalle.

Dallo spettacolo al film il passaggio non appare poi così lineare: anche se la narrazione semplifica, le interviste lasciano trasparire l’incertezza economica e di approccio al progetto. Lo show dal vivo continua ad emergere, scena dopo scena, canzone dopo canzone. E, da questo punto di vista, i contenuti speciali non tradiscono (ma non potenziano) la sensazione che offre la visione del film.

Alla fine della proiezione di oltre 80 minuti di extra, dopo aver scoperto il chi, il come e il perché dello spettacolo e del film che abbiamo appena visto, un’informazione ci appare chiara: gli extra raccontano che si fa tutto per l’applauso e che, quando il progetto è completo e si attende solo l’apertura del sipario, non si sa più come si è arrivati a quel punto, o come andrà a finire.

Tutto è compiuto, quando finisce un viaggio. Eppure c’è ancora così tanto da vivere, dopo. Piacerà? Non piacerà? Avrà vita breve? Sarà per sempre?

Quando si spengono le luci in sala, nessuno sa ancora la risposta. Dopo, nessuno sa dirlo mai con certezza.

Se non fossi un tipo che ama strafare chiuderei qui: ma io credo che la storia del musical Hedwig ci regali anche l’occasione per una nuova interessante riflessione: non è forse affascinante anche la storia dietro la storia? Non ha un altro sapore, ora, questo musical che già dice tanto, adesso che sappiamo cosa rimane dietro la macchina da presa mentre la protagonista, con il trucco perfetto e la chioma bionda, urla nel microfono?

Io credo sia un quesito che attanaglia ogni tanto l’artista: non varrebbe la pena, talvolta, prestare più attenzione al ‘dietro le quinte’ per meglio capire la potenza di un’opera?

I ballerini, meglio di molti altri, lo sanno. Nascono e crescono in questa consapevolezza: il ‘dietro le luci’ è tutto.

‘Tutto comincia da qui, con il sudore’, diceva Debbie Allen, tanto tempo fa, con le note di Fame in sottofondo. E il ‘qui’, a conti fatti, non è altro che la palestra, con le sue sacche negli angoli, non è altro che il retropalco buio in cui cerchi la scatola della resina a tentoni, il camerino in cui speri di avere un gancio a cui appendere il costume e uno specchio con le lampadine non fulminate.

Tutto comincia da qui, con il sudore.

Sudore. Chi è stato almeno una volta nelle quinte sa che si mischia ad una parola con cui fa rima: dolore… dolore che esiste ma che non importa a nessuno, fatto di piccole cose, di freddo e stanchezza, di muscoli e di piedi… già, di piedi.

I contenuti extra hanno un pregio, dicono le verità che in scena non si possono ammettere: non sempre c’è divertimento, eppure non esiste motivo per smettere. Esistono piccoli dolori di cui non importa a nessuno. È un viaggio lungo, intenso, irripetibile e indimenticabile. E, infine, ci dicono che c’è stato un giorno in cui John Cameron Mitchell ha avuto bisogno di un massaggio ai piedi per poter continuare a camminare sulla strada del sogno.

Questo, a mio avviso, è ancora una volta il fascino dell’Avventura che si cela dietro l’Arte.

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