Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Tutte le volte che in Italia si pronuncia la parola danza si registrano nei volti della gente comune le più svariate espressioni facciali. La sensazione più frequente è che, la maggior parte delle persone, non sia in grado di formulare un pensiero compiuto sull’arte coreutica. Eppure non è così raro incontrare qualcuno che non abbia almeno una volta varcato il foyer di un teatro per vedere un balletto. Concedendosi una grande opportunità, quella di esercitare da spettatore un ruolo importante quanto quello dei suoi protagonisti sul proscenio. Che a scena aperta sia rappresentata la danza classica, moderna, contemporanea o un mix altalenante di generi sfumati nel loro quadro di insieme, poco importa. Alla danza non servono le definizioni, ma la comprensione di chi assiste allo spettacolo. Un problema che non trova soluzione in un’attenzione di  massa, anche se nella nostra Penisola sono  tante e prestigiose  le istituzioni rinomate che preparano in Italia alla carriera di danzatori professionisti. Il punto è che l’interrogativo rimane indubitabilmente un problema sentito solo dagli estimatori del genere. I quali si pongono per vocazione artistica un altro quesito altrettanto importante e delicato oltre il tecnicismo e il talento necessario per fare danza. Come veicolare dall’artista allo spettatore il cuore della messa in scena, il significato intrinseco dello spettacolo, che si trasmette come magicamente da padre a figlio, da artista a spettatore, in un circuito di scambio emotivo relazionale unico e irripetibile nel momento della messa in scena? In pratica, come uno spettacolo di danza può raggiungermi in quanto spettatore occasionale pressoché digiuno dei fondamentali nozionistici del mondo danza? Trasmettendomi, tutto? Vale a dire tutto il talento di quella compagnia tanto decantata in cartellone. Tutta la grazia dell’étoile protagonista. Tutto l’afflato artistico dell’ensemble in movimento. Forse. O sarebbe meglio dire, probabilmente. Nel senso che, per conquistare un pubblico sempre più ampio di affezionati che, fruendo di una messinscena esce da un teatro fiero di aver partecipato ad uno spettacolo di danza – compreso nel profondo, in quanto partecipato intellettualmente a pieno – serve ben altro. Un segno culturale che accompagni  la comprensione. Non si tratta di saper descrivere quante ore di prove hanno preceduto quel particolare allestimento scenico che ci ha lasciato senza respiro una volta aperto il sipario: ma di concepire ogni singolo dettaglio di una scena nel suo insieme. Oltre il lato soggettivo di un punto di vista personale che rimanda ad un afflato culturale che appartiene al proprio intimo individuale. La danza deve, oltre questo aspetto, poter raggiungere chiunque, in ogni dove e comunque, a qualsiasi latitudine.  La danza deve poter volteggiare su se stessa per conquistare ogni volta non solo gli intenditori, i maestri, i professionisti, i giovani amanti del genere o le persone animate dall’idea che un giorno saranno annoverati tra i  ballerini più celebri, ma tutti. Indistintamente, tutti.  Quali sono allora i limiti che la danza incontra su questa strada?  Perché un’arte tanto nobile come quella coreutica sta perdendo la sua identità, la sua dignità di arte secolare? Il problema è, e rimane, sempre culturale. Dal tempio della danza classica per eccellenza quale il teatro rappresenta, l’immaginario collettivo ha trasferito sommariamente il mondo del balletto nei contenuti moderni di diverse trasmissioni televisive del piccolo schermo. Dove, per via di spazi temporali ridotti, si deve necessariamente sintetizzare il messaggio in pochi secondi di performance televisiva. Perdendo per strada molti fotogrammi della propria identità. Il punto della questione è che, per comprendere la danza non serve solo il cuore,  ma anche l’empatia intellettuale di chi, prima  che si accendano le luci ed inizi lo spettacolo, sia stato debitamente informato su ciò che vedrà. Si potrebbe pensare che basta un opuscolo per conoscere il titolo di un’opera, le sue musiche, i nomi dei danzatori e i loro più svariati percorsi professionali. Ma la differenza tra il grande schermo, dove in un film tutto è trasposto su di una pellicola, è che in teatro sono le persone che creano l’autenticità. In uno spazio sacro dove, per il tempo medio di due atti e un intervallo, si contestualizza la realtà rappresentata in una realtà sospesa. Il pubblico in pratica viene chiamato ad assistere ad un fatto raccontato in danza, una storia fatta di parole; la stessa che, che se ben trasposta, consente di assimilare il ruolo di chi assiste allo spettacolo a quello di testimone-oculare.  Dalla sinergia di questo interscambio tra artista e pubblico si realizza il cuore dello spettacolo di danza che riesce in questo modo a sublimare un racconto nel ritmo incalzante di una coreografia. In una esibizione non più fine a se stessa e che non lascia traccia, ma in una esperienza visiva e partecipativa così intensa che si estranea dal qualunquismo artistico, diventando opera. Bisognerebbe abituarsi all’idea che tutti possono avvicinarsi alla danza, anche chi non ha mai visto da vicino una sala prova o una sbarra. Il discorso dell’interesse dovrebbe essere al pari della necessità di essere messi al corrente di tanti altri argomenti di attualità del proprio Paese: da quelli sportivi a quelli di cronaca, dalla politica all’economia. La danza abbraccia infatti così tanti aspetti e coglie con le sue infinite combinazioni di movimento e di stile  una svariata gamma di situazioni e di temi che spesso si manifestano oltre le intenzioni dello stesso coreografo-autore. Essendo per sua natura effimera, impalpabile e, per definizione spirituale, anche nelle ripetute messe in scene dello stesso spettacolo, la danza può manifestare sempre nuovi e infiniti modi di interpretare il messaggio originario arricchendolo di nuove sfaccettature interpretative. Come riuscire a veicolare allora tutte queste impressioni in un unico messaggio di massa per spostare l’attenzione dal centro del palco dove si esibisce il danzatore al centro dell’opera nel contenuto recepito in tempo reale dallo spettatore? Aprendosi emotivamente al mondo della danza. Voltandosi verso di essa, imparando ad affidarsi concettualmente alla logica narrante dell’arte coreutica e al concetto rappresentato in movimento, come il messaggio danzato fosse recepibile in  parole danzanti. L’invito a raccontare per testimoniare le emozioni che hanno accompagnato quella messa in scena che ha coinvolto lo spettatore in un mondo incantato di personaggi lontani nel tempo o nel più incredibile dei mondi raccontati secondo l’alfabeto moderno della danza, potrebbe essere rivolto a tutti. Purché, chi si ritrovi conquistato dal bisogno di raccontare sia capace di farlo scevro da pregiudizi, permeabile alle emozioni, generoso di condivisione reale con chi abbia voglia di non precludersi la conoscenza di un fatto reale come l’arte della danza è capace di rappresentare oggi, come sempre. L’obiettivo della divulgazione sociale del fenomeno danza, nonostante la sua tradizione secolare, è quella di portare anno dopo anno, epoca dopo epoca, dalla parte della comprensione emotiva ed intellettuale quante più persone possibili allo stadio consapevole di pubblico attento. La danza non è un privilegio per pochi eletti. Ma un onore a favore del suo pubblico chiamato a comprendere il messaggio artistico che solo un ballerino può rendere col movimento poetico del proprio corpo: nato e plasmato per questo scopo esistenziale, volto al tratteggio di un patrimonio culturale universale e inestimabile. Che rimane tale, oggettivamente sempre – ieri, come oggi e domani – oltre il mutamento nel tempo delle tradizioni, le eventuali ritrosie storiche, gli impedimenti spazio-temporali dovuti alla non comprensione dell’arte della danza e del significato delle parole danzanti da Lei pronunciate.

 

 

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"Dalla sbarra all'applauso, il senso delle parole danzanti " di Paola Cittati, 8.2 out of 10 based on 77 ratings
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