Concorso Letterario IoDanzo – Prima Edizione
Testo in gara

Light, seeking light doth light of light beguile;

So ere you find where light in darkness lies,

Your light grows dark by losing of your eyes. 

(Love’s Labour’s Lost Atto 1. Scena 1, 72-79 – William Shakespeare)

(1 “Luce che cerca luce, ruba luce alla luce; e, prima di scoprire dov’è la luce nel buio, perdi gli occhi e la luce ti s’abbuia”. Ho scelto quest’epigrafe per ricordare a tutti che la luce che cerchiamo per aver la nostra strada illuminata è solo e soltanto dentro di noi, e non dobbiamo lasciarci accecare da altre luci, esterne ed esteriori, fuori, lontane da noi per capire cosa fare della nostra vita. La risposta è dentro di noi, nella luce che s’accende nello sguardo quando ci si sente felici.)

 

Mi chiamo Laura, ho ventiquattro anni e tutte le sere, prima di dormire, impreco contro madre natura, perché, come mi ha detto un giorno la mia amica Vittoria,  “ quando ha deciso come crearci, non pensava a fare delle ballerine.

Nessuna eccezionale voltatura, una discreta e faticatissima apertura, piedi più simili a palette che uncini, una morbidezza di schiena e linee discutibili.”. Per questo, Vittoria ad un certo punto della sua vita ha appeso le sue Porselli al chiodo. Letteralmente, io le ho viste, eh. L’ho pensato anche io, di me stessa. Lo penso continuamente, ma a differenza sua, una parte di me ha sempre rifiutato di credere che dovesse essere così. E a quella piccolissima parte del mio essere, mi ci sono attaccata come un parassita succhia sangue. Aggrappandomi ai miei sogni, ho cambiato il corso della mia esistenza, irrimediabilmente.

Avevo cinque anni quando ho cominciato a studiare danza. Mia madre aveva deciso di portarmi in quella scuola in Via Fratelli Cervi numero 11 perché non ero in grado di camminare come si deve. I miei genitori, troppo apprensivi verso quella figlia unica arrivata dopo tre anni di matrimonio, mi hanno messa a terra troppo tardi, così che io a due anni superati ancora non camminavo. Il risultato di tanta premura era che ogni dieci passi io cadevo, o sbandavo, o urtavo le cose, facendomi anche molto male. E allora, mia zia, che aveva iscritto suo figlio a questa nuova scuola di danza, suggerì a mia madre di farmi provare. Magari la cosa m’avrebbe aiutata. E’ così ch’è cominciato tutto. Ricordo ancora quella sala d’aspetto col pavimento bianco, con piccoli quadretti neri. Ricordo nitidamente il viso di Rossella Fiumone, la maestra di danza moderna. I suoi ricci biondi e impazziti, il suo tono deciso, sicuro. La sua voce squillante. Ero in lacrime, attaccata alla gonnella di mia madre, che invece mi spingeva verso di lei. Avevo cinque anni, e portavo la taglia 40. Questo significa che se mi avessero legato braccia e gambe e poi spinta giù per un pendio, avrei rotolato senza alcuna difficoltà, insomma. Da quel momento in poi, diverse volte, successivamente, mia madre ha provato a farmi smettere. Sono talmente tante che ho smesso persino di contarle. Litigava in continuazione con la mia insegnante, perché secondo lei mi tartassava troppo con la storia del peso e perché non voleva che facessi assenze. “Non deve diventare Oriella Dorella” diceva invece mia madre. “E’ solo un hobby”. Per lei era così. Doveva essere così, necessariamente. Per me non lo è mai stato. In un modo o nell’altro però, nonostante la mia età non arrivasse ancora alle due cifre, sono sempre riuscita a convincerla a lasciarmi tornare, anno dopo anno. Ha provato a mandarmi a studiare da altre parti, in altre scuole, ma io volevo tornare sempre lì. Quella era la mia maestra. Quella era la mia casa. Quella era la mia famiglia.

La scuola poi fu spostata in un altro paese, e io mi spostai di conseguenza, seguendola. Nella scuola nuova insegnava anche la sorella di Rossella, Emma. Insegnava danza classica. Io avevo studiato sempre e solo moderno, ma quando ho conosciuto Emma, è cambiato tutto. Avevo undici anni, e mi ero letteralmente innamorata tanto di Emma quanto del balletto. E allora, ho insistito per cominciare a studiare anche quello. Terzo corso, direttamente, che la mia base era molto buona, nonostante fisicamente non avessi propriamente le doti di una ballerina, insomma. Fu un anno durissimo, reso ancora più difficile dalla crudeltà dell’adolescenza. Le altre ragazzine non mi parlavano. Per i primi tre mesi, nessuna di loro mi ha nemmeno chiesto come mi chiamassi. Un trauma che mi porterò dietro a vita, ma quest’è un’altra storia. A poco a poco sono diventata parte del gruppo, e quando dopo qualche anno è arrivata un’altra ragazzina nuova, Maria, la prima cosa che ho fatto è stata andarle vicino e presentarmi. Non volevo soffrisse quello che avevo sofferto io. Oggi, dopo dieci anni tondi, è ancora la mia migliore amica.

Nel frattempo ero cresciuta, avevo perso peso, ero cambiata fisicamente, come accade normalmente diventando donne, eppure non ero abbastanza. Ero normopeso, avevo linee decenti, piedi non proprio “a paletta”, ero abbastanza aperta, abbastanza voltata, abbastanza morbida di schiena. Abbastanza, sì, che nel nostro mondo vuol dire che non sei abbastanza. Ma tenevo duro.

Avevo diciott’anni quando i miei genitori mi hanno dato la spinta decisiva a lasciare. “Non hai tempo per studiare, sono stanca di venirti ad alzare dalla scrivania all’una di notte e a Settembre cominci il quinto anno. Non devi diventare Oriella Dorella, pensa a studiare” mi ripeteva mia madre ogni giorno. Il quarto anno di superiori l’avevo passato tutto a studiare fino a notte fonda, e spesso e volentieri mia madre mi aveva trovata addormentata, con la testa sopra libri e quaderni, letteralmente. Seguivo anche un corso d’inglese privato, e quello non potevo lasciarlo, perché era già pagato. E poi sì, la danza costava, e cavolo se costava. E per noi, che non navighiamo nell’oro, non è un dettaglio proprio trascurabile.

Così, in lacrime davanti all’intera commissione d’esame, ho detto che a settembre non sarei tornata. In quel momento ho sentito che qualcosa dentro di me stava morendo. Immagino che l’inflizione di una pena capitale sia più o meno così, o almeno, è così che io mi sentivo.

Da quel momento in poi non ne ho voluto sapere più niente di danza. Non volevo sentirne parlare, nemmeno di striscio. Mi rifiutavo di andare alle lezioni visive, agli spettacoli di fine anno, e se poi capitava che in TV passasse qualche programma a riguardo, cambiavo canale. Dopo qualche anno Maria si stava diplomando. Non sono andata a vederla. Non ho avuto il coraggio. Tutta la sera l’ho passata a singhiozzare, a imprecare contro tutto il mondo. Ero livida di rabbia. Quella sera sul palco ci dovevo essere anche io. Quello era il posto mio.

A poco a poco però la rabbia è scemata, e ho ricominciato a parlare di danza, a guardarla in tv, e se capitava guardavo persino qualche spettacolo. Stavo male, ma mi costringevo a conviverci. Avevo preso la maturità nel frattempo. Maturità scientifica, 100/centesimi. Le preoccupazioni di mia madre erano superflue e infondate, ero sempre andata più che bene a scuola.

Avevo da poco cominciato l’università quando la mia vita amicale ha subito una serie di rivoluzioni per cui, all’improvviso, mi sono ritrovata ad uscire il sabato sera insieme con le mie vecchie compagne di danza, che pure venivano fuori da periodi grigi e nuvolosi. Tra queste, Maria, ovviamente, ed Anna, che si era diplomata qualche anno prima di Maria e aveva cominciato ad insegnare danza nella scuola di Sara, un’ex allieva della maestra Rossella che aveva studiato con me nella vecchia scuola di Via Fratelli Cervi 11. Come si può intuitivamente immaginare, il nostro argomento preferito di conversazione era la danza. A poco a poco, quel piccolo parassita tersicoreo attaccato al mio cuore ha ripreso a succhiare, infondendo di rimando nelle mie membra il desiderio di tornare in sala, di tornare a studiare. Di tornare a casa. Lo tenevo a bada però, ora ero all’università e gli impegni erano tanti, di tutt’altra mole, e lentamente anch’io avevo tristemente finito per convincermi che non avevo i  numeri per diventare Oriella Dorella.

6 Maggio 2012. Il giorno dopo mi sarei laureata, eppure provavo più emozione al pensiero che dopo qualche settimana avrei dovuto sostituire una ragazza nello spettacolo di fine anno della scuola di danza dove Maria stava insegnando. Assurdo, no? No. Le nostre emozioni ci tradiscono sempre. Vengono a galla, inevitabilmente. Il pensiero di rimettere piede su un pavimento di linoleum mi rendeva elettrica.

E’ stato tutto molto veloce poi. M’ero appena laureata, e come tutti i ragazzi che vivono in questo paese soffocato che terminano un percorso, ero in crisi, soffocata dalla paura di quello che sarebbe venuto dopo, perché purtroppo, ad attenderci alla fine del percorso di studi, ci sono o un biglietto aereo per chi sa dove, o la disoccupazione, il  nulla. Non sapevo cosa fare, e non avevo nulla da fare. E allora, Anna, che nel frattempo è diventata l’altra mia migliore amica, mi ha chiesto se volessi andare ad aiutare lei e Sara a tenere d’occhio le bambine durante il saggio e le prove generali. Ho accettato con entusiasmo, perché era un modo per riavvicinarmi a quel mondo che mi mancava tanto.

Le prove erano appena cominciate quando mi sono sentita male. Lo stomaco infestato di farfalle, un’ansia e un’adrenalina che non riuscivo a spiegarmi. A dire il vero, avevo paura di chiedermi da cosa dipendessero, perché in realtà la risposta la conoscevo già. Il giorno dopo, il giorno del saggio, è arrivato prima che me ne rendessi conto. I corsi superiori erano in scena, stavano ballando un tango con il ballerino ospite. E’ stato allora che l’ho capito. E’ stato come se avessi preso una botta in testa. E’ stato allora che mi sono resa conto di quanto la mia infelicità dipendesse dalla mancanza della danza. Ricordo di aver taciuto per tutto il resto della serata, mentre le farfalle nel mio stomaco organizzavano una rivolta armata. Non sarei sopravvissuta al caos che avevo nel cuore se non avessi fatto qualcosa di concreto; e allora ho deciso di prendere in mano la mia vita e darle una direzione ben precisa: quella della felicità.

Le lacrime di felicità che mi hanno lavato il viso quando Sara ha detto che sì, mi avrebbe fatta diplomare, le sento ancora sulla pelle. Bruciano ancora come il fuoco, e quando a volte, adesso, mi capita di piangere perché qualcosa a danza non va, cerco di ricordarmi di quel giorno, e del sapore diverso di quelle lacrime.

I primi mesi sono stati terribilmente difficili. Prima di tutto, ho dovuto cominciare a recuperare fisicamente, e va da sé che recuperare cinque anni di stallo totale è stato a dir poco traumatico. Alla fine della prima lezione, per lo sforzo, ho vomitato. E’ stato più semplice recuperare la tecnica, ma comunque non è stata una passeggiata, perché ho dovuto combattere giorno dopo giorno contro i miei limiti fisici e contro la mia pessima memoria, che continua a penalizzarmi inesorabilmente. Facile è stato solo integrarmi con le mie compagne di corso, che sono state un vero e proprio tesoro. Nel momento in cui Sara ha comunicato loro che mi sarei diplomata, sono corse tutte ad abbracciarmi, e mi hanno sommersa d’affetto. Mi hanno dato coraggio, e mi hanno tenuta per mano nei momenti di sconforto, e ce ne sono stati tantissimi. Io però non ho mai mollato. Per me stessa, e per loro. Ho combattuto sempre, in punta di piedi. Sapevo che mi tenevano come esempio, e non volevo deluderle. Per questo, ho cercato di farmi trovare sempre pronta, per qualsiasi cosa. Mi sono sempre schierata in prima linea, sbattendo in faccia a tutti che io ero esattamente dove dovevo essere: io ero a casa mia.

Ho cercato di far capir loro che se vogliono un posto in questo mondo, è quello che devono fare anche loro. Nessuno è disposto a combattere al nostro posto per i nostri sogni, nessuno in questo ambiente si sposta in seconda fila per lasciare spazio a te. Si combatte con le unghie e con i denti per avere l’occhio di bue puntato addosso, si tirano fuori gli artigli per farsi notare dai professionisti, non si chiede “per favore”; e il tutto, naturalmente, con un sorriso innocente ed aggraziato sulla faccia. Ogni movimento deve raccontare qualcosa, come mi ha detto Marina Quassia una volta. Anche la semplice posa prima di cominciare un esercizio dev’essere come un atto di sfida a chi guarda: sono qui perché non potrei essere in nessun altro posto, e nessuno ha diritto come me di starci, perché io ho bisogno di essere qui per sentirmi viva. Martha Grahm diceva che piuttosto che una fortissima tecnica, per essere una ballerina, c’è bisogno di grande passione. Ho bisogno di credere che sia così, perché io ho bisogno di danzare per sentirmi completamente in vita, e forse Balanchine mi avrebbe presa nella sua compagnia per questo. Ci sono momenti in cui lo sconforto mi vince, e mi viene voglia di mollare tutto. Ho sempre, continuamente paura di non essere abbastanza, di non comunicare niente, di non essere bella da guardare, di non essere degna di stare su un palco, o in prima linea, in qualsiasi contesto. Poi, però, mi ricordo di quelle lacrime dolci e felici. Poi mi ricordo chi sono, e qual è la mia casa. E dov’è la mia casa, è il mio cuore. La tecnica è importante, ma è solo un presupposto. Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ma ci sono alcuni momenti in cui si resta senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che fare. A questo punto, comincia la danza. Pina Bausch.

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"Combatti in punta di piedi" di Giuseppina Arpaia, 8.9 out of 10 based on 93 ratings

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