Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Javier Benedicto Peralta guardò un punto indefinito dell’enorme sala da ballo; all’improvviso, una ragazza attraversò il suo campo visivo, una ragazzetta magrissima, una specie di fenicottero rosa, non molto alta, e subito dopo di lei uno stormo di ragazzini in corsa. Urlarono e starnazzarono per circa mezz’ora inseguendo una musica ferrigna e in preda ad un furore isterico, ballarono imitando il fenicottero, prima di scomparire negli spogliatoi.

Javier fu preso da una vertigine cosmica, si appoggiò alla parete specchiata e desiderò diventare argento, specchio: gli riusciva difficile sopportare per più di tre minuti il chiasso incontrollato di ragazzini indemoniati dall’hip-hop; a dire il vero gli riusciva insopportabile anche il rumore delle troppe parole della gente intorno a lui; lui viveva nel mondo dei movimenti impossibili.

Javier Benedicto Peralta danzatore e coreografo, respirò profondamente, chiuse gli occhi, e cercò di recuperare il suo equilibrio scosso.

Ma all’improvviso, un silenzio soffice e bianco penetrò nei meandri del suo cervello e lui si sentì tutt’uno con l’universo .

Il suo desiderio era stato esaudito… provò a muovere le gambe ma non ci fu verso di dirigerle in avanti, erano bloccate nell’argento dell’enorme specchiera e riuscì a muoversi solo in laterale; era diventato inesorabilmente invisibile agli altri e obbligato a guardare il mondo davanti a sé, di là dal vetro, un mondo diventato all’improvviso silenzioso, così come lui aveva profondamente desiderato.

La ragazza fenicottero ritornò, si pose davanti allo specchio e lentamente cominciò a fare gli esercizi di danza e intanto fissava intensamente lo specchio per studiare i suoi movimenti.

Javier Benedicto fluttuava, disperso nel liquido argentato, provò a urlare il suo dolore e pregò che quell’incubo finisse al più presto e si chiedeva perché lui riuscisse a respirare e che strano incantesimo era quello che stava vivendo … allora pensò di distrarsi e cominciò a guardare con più attenzione la danzatrice davanti a se, il viso dolcissimo e melanconico e provò a immaginare i segreti nascosti tra le piccole pieghe del viso e della bocca sempre imbronciata. Decise di aiutarla a rendere perfetti i suoi movimenti e la sua danza.

Beatrisa Pilar Rojas guardava se stessa riflessa nello specchio e ripeteva ogni movimento fino all’esasperazione e nello specchio si ostinava a guardare ogni minima contrazione muscolare… danzare era il suo unico desiderio e danzare cancellava il dolore dei giorni.  Avvertì una strana atmosfera e un’inquietudine irrazionale s’insinuò tra le pieghe del suo stomaco.

Nella sala buia, illuminata solo dalle luci davanti allo specchio, non c’era nessuno; i bambini del corso di hip-hop erano andati via, ma lei sentiva di essere osservata, sì guardò intorno, la sala era vuota, sentiva un chiacchiericcio indistinto provenire dalla segreteria; gli spogliatoi erano deserti. Silenzio assoluto! Guardò ancora nello specchio, il movimento della sua gamba; piegò la gamba, ruotò il piede verso l’esterno ma si accorse che il movimento riflesso nello specchio era diverso e non sicuramente speculare rispetto a quello reale; atterrita, continuò a guardare quello strano incantesimo: lo specchio la guidava nei movimenti spingendola ad effettuarli in maniera corretta.

Javier disperso nel liquido argentato pregò ancora con rabbia, che quell’incubo finisse al più presto e intanto con grande fatica muoveva se stesso nell’articolare i giusti movimenti, nel realizzare le giuste contrazioni, le estensioni ,le rotazioni e magicamente questi movimenti si materializzavano nello specchio .Questi esercizi in doppio proseguirono per lungo tempo; Javier guardava il viso contratto dalla fatica di Beatrisa da cui traspariva determinazione e rabbia e il suo cuore ebbe un sussulto.

La sua regola era sempre stata: mantenere le giuste distanze nel lavoro, soprattutto con le adolescenti. Ma ora la sua ferrea disciplina si era frantumata di fronte ad un mondo diventato silenzioso, per un suo desiderio incontrollato.  Ora invece, avrebbe voluto ascoltare ogni rumore, ogni suono e accarezzare il viso melanconico di Beatrisa.

Beatrisa Pilar Rojas, intanto, distrutta dalla fatica si distese a terra e si addormentò. Javier Benedicto, nell’ennesimo tentativo di liberarsi dal vetro argentato, si ritrovò improvvisamente vicino al corpo esausto di Beatrisa, le sfiorò delicatamente la fronte, sorrise e quasi in un soffio sussurrò: buenas noches me amor.

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"Buenas noches mi amor" di Filomena Cuozzo, 7.5 out of 10 based on 2 ratings

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