Concorso Letterario IoDanzo – Seconda Edizione
Testo in gara

Uno

A proposito di Emma

L’estate era calda, afosa e carica di zanzare fastidiose. Eppure era l’estate dei suoi sedici anni e si sentiva in pace con se stessa e con il mondo che la circondava, fatto di colline verdi, di fronde mosse dal vento, di fiori odorosi che la facevano starnutire e lacrimare.

Poi quelle vecchie mura lassù, al limitare della strada, ripida e piena di ciottoli che si sentivano tutti sotto la suola delle sue scarpe basse e leggere indossate su piedi ruotati verso l’esterno, in prima posizione, in quarta in relax.

La piazza, il palcoscenico sulla sinistra, le sedie vuote che solo le serate danzanti avrebbero animato di gente di ogni tipo, vestita in vario modo, con il depliant dello spettacolo per farsi vento e scacciare le stesse zanzare, cugine di quelle di casa di Emma, la guardavano ogni giorno dall’alto mentre camminava. Le ballerine non ansimano per una passeggiata mattutina, ma c’era appena quel po’ di arietta che faceva finta di essere rinfrescante, a darle un poco di respiro.

Entrava in palestra, nell’antica e consunta penombra di muri screpolati; dietro una paratia removibile, in legname moderno; tutte loro si cambiavano lì per le lezioni. Il chiacchiericcio era suono come la musica che arrivava ancora bassa e scomposta nella scelta dei brani, da dietro quel paravento improvvisato a parete. E le sacche giacevano sulle panchette dei giardinetti a fianco delle legittime proprietarie che vi sedevano per prepararsi, come in un mondo parallelo sempre orbitante intorno e insieme a loro.

La sala, che non nasceva come stanza per lo studio della danza, aveva comunque il suo lato di specchi, il parquet a terra, le sbarre a piede, qualche sedia, la musica registrata, la cassetta della pece. E c’erano i ballerini, giovani e accaldati come lei. Così simili e così diversi. La luce filtrava da vetri vecchi opacizzati dal tempo o dagli scuri semichiusi… Quella artificiale non era troppo forte e fredda come accade normalmente nelle scuole di danza, perchè le pareti assorbivano di più.

I tratti della somiglianza fra i ballerini emergevano più dal corpo e dall’atteggiarsi; la gestualità gareggiava con le parole fitte e sottili, rumoreggianti in un paese normalmente vuoto, silente, vecchio. Ma mai privo di fascino. Più dai corpi dunque che dai lineamenti; i visi in verità erano fotografie dei caratteri di ciascuno e con le amicizie, tante invidie e sospetti, talvolta malanimo o cattiveria si facevano strada, fra un movimento e l’altro. Non a tutti è dato di essere bello, ma in qualche misterioso modo “la bellezza” si insinua nei lineamenti personali e diventa un elemento combinato con la danza. Tuttavia si era lì per ballare o meglio per lavorare duramente come se altro non esistesse e tutto fosse esclusivamente a proposito di danza.

Il cuore di Emma batteva sempre forte, così tanto che la ragazza era convinta lo potessero sentire. Timida e sola, aveva guadagnato il suo posto alla sbarra e al centro. Quando era arrivata lei, Madame I., la sua insegnante di quegli anni costruttivi per diventare danzatrice classica, Emma era stata spostata sul palcoscenico, elevata di rango! In quanto la Compagnia faceva lezione all’aperto, sul palco rivestito a terra dal linoleum nero, difronte alla piazza, fra volti curiosi e rumore intriso di musica con eco. Su quel palco su cui si esibivano le Stelle della danza, che scrissero un pezzo di storia del balletto anche lì, per molti anni consecutivi, e le compagnie del momento, ospiti in serate che con semplicità e talento animarono un mondo naturale sperduto ai più, ma incantato.

Le note si diffondevano nell’aria estiva, i passi di danza si animavano come spiriti shakespeariani e silvani annullando la realtà. E anche quello era bello; era arte: un contatto preciso e diretto con ‘l’immaginifico’.

Gli esercizi per gli allievi si ripetevano ogni giorno con regolarità. Pliés, tendu, rond de jambe e développé… combinazioni accurate e via via più difficili da memorizzare e da eseguire. Quasi come robot, i ballerini muovevano piedi e gambe in sincronia con mani braccia e testa. La precisione non sempre giungeva, ma ogni attimo il corpo guadagnava un impulso nuovo e una inesprimibile conoscenza di sé.

Ruotano da un lato all’opposto della sbarra, epaulement (verso il centro della stanza) o fronte alla sbarra, sicura e ferma, garante di uno stabile equilibrio che al “centro” avrebbero trovato o cercato caparbiamente in loro stessi. Perché si perde la battuta, il piede scappa dalla posizione, la gamba in aria non regge lo sforzo, la schiena non si flette in un morbido cambré. Oppure succede e la variazione arriva alla fine abbastanza pulita: i piedi memorizzano, la testa ruota, la doppia pirouette si chiude, il port de bras solletica l’aria. Sguardi negli sguardi. Occhi che osservano, giudicano, apprezzano. Parole e affanno. E quei passi, tutti quei passi ripetitivi e mai assemblati nello stesso modo; tutti quei corpi così identici e così singolarmente unici ma che vogliono raggiungere il massimo del loro potenziale. E tanto tanto rigore e tecnica che nei secoli si evolve e sempre richiede di più a esseri umani che disegnano lo spazio e annullano il tempo.

La musica sale in tono ed energia: iniziano i giri e i grandi salti, la gara al più bel grand jeté della mattina, rapidi piqués en manège (in cerchi larghi o ristretti al proprio spazio, quello della X con lo scotch).

Una ballerina prova l’adagio con il ragazzo che tutte cercano con lo sguardo pur di attirare il suo. Perchè la danza e l’amore si mischiano uno confondendo l’altra… e quale passione sia più intensa e prevalga in quei momenti è spesso difficile da capire. Le pirouettes assistite sono vibrazioni dell’animo e i sollevamenti ti fanno sfiorare il cielo, oltre il telone.

Fine pomeriggio anche il caldo si attenuava, calato il sole. E il nonno attendeva,  nei suoi movimenti rallentati, che Emma uscisse. I suoi piccoli occhi, puntine azzurrognole, la fissavano: “La nonna aspetta. Non attardiamoci oltre”, diceva garbato e sottovoce. “Stai bene? Sei accaldata… Ricorda che una donna deve avere un bell’incarnato del viso. Come tua nonna”. E via per quella stessa strada in discesa: tutto restava intatto alle loro spalle, pronto per la serata di danza e poi per le lezioni del giorno successivo.

Una volta, una di quelle sere, Emma sarebbe tornata con sua nonna, a vedere la Savignano danzare: l’Etoile sarebbe stata la Luna di quel cielo finto di stelle e carico di accecanti luci di speranza, le luci della ribalta.

 

Due

About dancing – about love

Tour chaînés déboulés.

Ruotava velocissima in una diagonale con le gambe strette in prima posizione, sulle punte. I piedi giravano portando il corpo in quel vortice lineare, mentre le braccia sempre più strette al petto mantenevano l’”asse”. La testa era lo scatto, spot avanti, glissade e piqué arabesque, tenuto.

Emma aveva i capelli legati stretti e un nastro con due codine che scendevano dietro. Un semplice body rosa e un corto gonnellino bianco, le scarpette con la punta sfilacciata e gli scaldamuscoli morbidi alle caviglie. Seduta a terra li sfilò. Tagliò qualche pelucchio dalla punta lagora e dalla fine dei lacci arrotolati alla caviglia. Sistemò l’elastico invisibile che ad arco poggiava sotto il collo del piede. Fece ruotare i piedi in movimenti circolari, aprendo e chiudendo a ventaglio. Tese le dita e arcuò la pianta. La prese fra le mani e la plasmò come fosse creta. Solo allora sollevò lo sguardo. Pensava di essere sola, ma non era così.

Stava appoggiato a una colonna, in jeans stretti e body bianco con una improbabile canotta da basket. Tuttavia aveva le mezze punte bianche, un asciugamano e una sacca nera. Certamente la sua bocca sorrideva e gli occhi scuri ammiccavano divertiti.

“Io non chiuderei in piqué arabesque”, disse solo. La sacca era già sotto la sbarra, il telo di cotone sopra un montante di ferro e le sue gambe in plié e poi tendu alla seconda e cambio e sviluppo in verticale della gamba con mano al tallone, fino all’orecchio. Ripeteva da entrambi i lati, poi i piegamenti del busto e le torsioni. Era alto e aveva dei folti capelli neri.

Emma lo fissò, mentre finiva il suo stretching, finché non fu seduto a terra accanto a lei, gambe divaricate, per continuare altro riscaldamento, insieme.

“Hai troppo trucco sugli occhi”, le disse e con la mano delicatamente avvicinò il suo viso, poi il pollice passò sopra le palpebre e sfumò il colore. “Ecco, ora va bene”. Gli sorrise in ringraziamento.

Non stavano insieme ma erano attratti uno dall’altra con un senso di complice amicizia che li teneva in sospeso, come l’ago della bilancia, da un paio di anni.

Provarono i passi della loro variazione. Per fortuna si tolse jeans e canotta. I muscoli erano modellati e tesi, ma si muoveva con eleganza. Avrebbe lavorato sulla potenza, ma era ‘morbido’: i giri al rallentatore, i salti in elevazione senza apparente sforzo; le lunghe gambe lavoravano in développé e dégagé en l’air in un suo stile ancora grezzo e poco tecnico. Non chiudeva mai una posizione, pronto al passo successivo come in un continuum danzante. Era un poco refrattario al rigore della tecnica accademica, ma l’impostazione era quella e le bacchettate del loro attuale Maestro, reali e precise. Aveva lunghe  ed espressive braccia dalle belle mani, e sapeva saltare,

L’enchainement veniva bene. Ridevano, si sfioravano e riprendevano la frase coreografica. E tratti di vita si scambiavano fra loro da un passo all’altro. Un piegamento, un giro in torsione, e poi uno in attitude passando su di lui, reclinato a terra, appena sopra la sua testa.

La danza neoclassica era adatta a loro, il tecnicismo del classico di repertorio veniva modellato su un virtuosismo più musicale e armonico.

“Vedrai che andrà bene…”, le disse senza interrompersi, “quanto a danza funzioniamo”, confermò con una certa qual soddisfazione. Poi parve un sussurro verso l’orecchio di Emma: “E’ a proposito dell’amore che ci lavoreri sopra…”, non si fece interrompere o non sarebbe arrivato alla fine neppure quel giorno. “Siamo decisamente carenti in fatto di sesso”.

Tour chaînés déboulés, glissade e… niente piqué. Afferrò la mano di Emma, che ruotò in plié in un passo nuovo, cambré. Sentiva le braccia del ballerino intorno a sé, all’altezza delle scapole, sollevò il busto lo sguardo e gli occhi difronte al ballerino; rélévé in quinta e un semplice bacio sulle labbra.

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"A proposito di..." di Sandra Re, 7.2 out of 10 based on 5 ratings
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